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PRESA A MARTELLATE E UCCISA DAL MARITO MOHAMED PERCHE' VOLEVA DIVENTARE CRISTIANA
di Valentina Colombo
Hina Salem, Sanaa Dafani, Begum Shnez e ora Rachida Radi, tutte uccise perché volevano semplicemente essere se stesse. Colpevoli di volere un fidanzato italiano, colpevoli di volere vivere "all'occidentale", colpevoli di togliersi il velo, colpevoli di lasciare il marito. L'ultima vittima in ordine di tempo è Rachida Razi, 35 anni, marocchina, che lo scorso 19 novembre, a Brescello in provincia di Reggio Emilia, è stata presa a martellate e uccisa dal marito, Mohamed al-Aryani.
Rachida aveva deciso di separarsi dal marito che già in passato aveva denunciato per maltrattamenti. Rachida aveva anche iniziato a frequentare la parrocchia, dove per arrotondare faceva qualche lavoretto, ma dove soprattutto incontrava persone, incontrava il mondo esterno. Rachida si era tolta il velo, voleva imparare l'italiano e a detta dei volontari che lavorano in parrocchia aveva anche iniziato un "percorso verso una nuova vita", una nuova fede.
In poche parole è stata brutalmente uccisa l'ennesima donna che voleva integrarsi nel paese che l'aveva accolta. Non è il primo cittadino marocchino che si avvicina alla nostra fede. L'islam popolare marocchino, con una forte devozione dei santi, è forse il più vicino alla spiritualità cristiana. Purtroppo, l'avvicinamento al cristianesimo, per non parlare della conversione da parte di un musulmano ha sempre il risvolto tragico: la condanna a morte.
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Figlia alla patria
di Rino Cammilleri
Sul Corriere della Sera del 4 settembre u.s. ho trovato, nella cronaca di Milano, uno sfogo da parte di una mamma laureata, una che conosce due lingue straniere ed è pure in possesso di diploma di specializzazione.
Donna in carriera.
Era.
Sì, perché dopo la seconda maternità la sua carriera è praticamente finita.
Cito testuale: “Improvvisamente sono diventata inaffidabile e incapace, eppure nessuno mi aveva mai mosso critiche prima della maternità”.
E così prosegue: “Cosa faccio adesso? La tappezzeria in ufficio? Mi ignorano, mi levano il lavoro, alcune colleghe neppure più mi rivolgono la parola”.
Già: la “coniglia” ha osato procreare ancora.
Anziché concentrarsi sul bene dell'ufficio o dell'azienda, ecco che si è permessa di mostrare a tutti che lei lavora per vivere e non vive per lavorare.
Si è permessa di assentarsi per maternità, ben sapendo che il suo lavoro sarebbe stato distribuito agli altri con un sovraccarico per questi ultimi.
Sì, perché non si assumono certo Supplenti: non è mica la Scuola.
E' come nei lager, mi si perdoni il paragone.
Lo psicologo ebreo Viktor Frankl aveva ben studiato questo fenomeno: odii furibondi per un pezzo di patata in più, livore sconfinato per un compagno di sventura così “fortunato” da avere un kapò leggermente più umano.
Anziché prendersela con la causa della propria condizione, si da addosso al “profittatore”.
Lo Stato? Interviene solo con i gendarmi, guardandosi bene dall'andare alla radice del problema.
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montimario, un mondialista alla guida dell’Italia
di Gianfranco Amato
Nel suo stellare curriculum il professor Mario Monti vanta anche studi esteri. Trascorre un anno presso la prestigiosa Università di Yale, dove diventa allievo di James Tobin, premio Nobel per l’Economia nel 1981. Non abbiamo prove di una sua affiliazione alla Skull and Bones, la celeberrima e potente società segreta di ispirazione mondialista che dal 1832 ha sede presso quel prestigioso ateneo statunitense. Abbiamo però la prova che il professore varesino rappresenti un autentico apostolo del pensiero mondialista. Tre inequivocabili circostanze lo attestano.
Mario Monti è membro del Bilderberg Group. La notizia è passata sui media con una certa nonchalance. Istituito nel 1954 presso il castello olandese di Bilderberg, questo esclusivissimo club si ritrova segretamente ogni anno per decidere del futuro dell’umanità. Si tratta dei centrotrenta uomini più potenti e influenti del mondo riuniti in una stessa stanza, che guardie armate tengono lontana da occhi indiscreti. In più di cinquant’anni d’incontri è sempre stata vietata la presenza della stampa, non sono mai state rilasciate dichiarazioni sulle conclusioni degli intervenuti, e non è mai stato svelato l’ordine del giorno. A prescindere da cosa realmente accada in quel segreto consesso, il solo fatto di come si svolga e di chi lo componga lascia alquanto perplessi, e non risponde certo a una logica di democrazia e trasparenza. Fino all’ultimo momento resta occulto il luogo degli incontri e si interviene solo su espresso invito, che non può essere pubblicamente divulgato, pena la mancata partecipazione. Per comprendere meglio di cosa si tratti è sufficiente leggere quanto sul tema ha scritto William Vincent Shannon, non esattamente un paranoico complottista, ma un prestigioso giornalista, redattore del New York Times e ambasciatore degli Stati Uniti in Irlanda durante la presidenza Carter (1977-1981): “I membri del Bilderberg stanno costruendo l’era del post nazionalismo: quando non avremo più paesi, ma piuttosto regioni della terra circondate da valori universali. Sarebbe a dire, un’economia globale; un governo mondiale (selezionato piuttosto che eletto) e una religione universale. Per essere sicuri di raggiungere questi obiettivi, i Bilderberger si concentrano su di un ‘approccio maggiormente tecnico’ e su di una minore consapevolezza da parte del pubblico in generale”.
Del resto, lo stesso fondatore del Bilderberg Group, il principe Bernardo d’Olanda, sul punto era stato chiaro: “E’ difficile rieducare gente allevata al nazionalismo all’idea di rinunciare a parte della loro egemonia a favore di un potere sovranazionale”. Onesto, a suo modo, è stato pure David Rockefeller – altro Bilderberg di razza –, il quale ha lasciato scritto nelle sue Memorie (2002): “Alcuni credono che facciamo parte di una cabala segreta che manovra contro gli interessi degli Stati Uniti, definendo me e la mia famiglia come ‘internazionalisti’, e di cospirare con altri nel mondo per costruire una più integrata struttura politico-economica globale, un nuovo mondo, se volete. Se questa è l’accusa, mi dichiaro colpevole, e sono orgoglioso di esserlo”.
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Templari
di Rino Cammilleri
Diceva Juan Donoso Cortés, marchese di Valdegamas, che le uniche battaglie possibili per i cattolici dei suoi tempi erano quelle sulla carta stampata.
Due parole di presentazione per chi non lo conoscesse: spagnolo e discendente dal conquistador Hernan Cortés, dopo una gioventù filorivoluzionaria si convertì e divenne una delle teste migliori del cattolicesimo ottocentesco. Fu deputato, consigliere della regina Isabella Il e ambasciatore a Berlino e a Parigi (dove convinse Napoleone III a sposare la cattolicissima contessa spagnola Eugenia de Montijo, protettrice di s. Giovanni Vianney e poi di Lourdes).
Oratore eccezionale, i suoi discorsi alle Cortes (il parlamento spagnolo) venivano subito tradotti in tutta Europa. Ebbe il tempo di scrivere un solo libro, Saggio sul cattolicesimo, illiberalismo e il socialismo, prima di morire a quarantaquattro anni nel 1853. La sua lucidissima intelligenza gli permise di predire l'avvento del comunismo in Russia e perfino la guerra civile spagnola.
La sua vita privata fu disgraziata: l'unico fratello (seguace del partito ultracattolico "carlista", così detto dal nome del pretendente al trono, don Carlos) morì giovane; morirono presto anche la moglie e l'unica figlia.
Donoso Cortés, che si ridusse povero a furia di beneficenza, era amicissimo del famoso giornalista cattolico Louis Veuillot, col quale compiva pellegrinaggi mariani a piedi. La sua conversione, clamorosa, fu dovuta all'incontro con un anonimo personaggio la cui magnetica rispettabilità cristiana lo aveva colpito: quando, dopo le presentazioni, osò chiedergliene conto, si sentì rispondere che ciò era dovuto a una religiosità vissuta che Donoso non aveva più. Questo scambio di battute impressionò profondamente il Nostro, e lo indusse a riflessione. La Provvidenza attira in modo misterioso, ma a quella conversione dobbiamo il pensatore che fu consultato dal beato Pio IX per la preparazione del Sillabo.
Questo era dunque Juan Donoso Cortés, che per il vostro Kattolico preferito è una sorta di coperta di Linus. Egli rimpiangeva i tempi più virili in cui la difesa della fede era condotta anche in punta di spada e deprecava l'imborghesimento che aveva ridotto le tenzoni a dispute parolaie. Ma, realisticamente, ne prendeva atto e, sebbene avesse visto la prima delle guerre che contrapposero i carlisti ai liberali, per tutta la vita combatté con la penna e la parola.
Aveva ragione anche qui: dall'Illuminismo in poi la lotta al cattolicesimo era stata condotta per via di propaganda ed era (ed è) quello il terreno sui cui bisognava battersi.
Comunque, era pessimista per il futuro (profeta anche in questo).
Infatti, il cattolicesimo ha sempre più perduto terreno nelle menti e nelle coscienze (le due cose vanno di pari passo) ed è finito quel che è oggi: un'''ideologia'' fra le altre, un fatto privatissimo che non deve azzardarsi a uscire di sacrestia o dal "centro d'accoglienza". Peggio: un'”ideologia" che, avendo già fatto la sua brava parte del leone a suo tempo, ha solo il diritto di esistere (il pluralismo lo impone) purché se ne scusi continuamente e accetti di subire ogni lazzo e sberleffo.
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A rischio di estinzione
Nuovo Progetto (mensile del Sermig) n.8 ottobre 2011
I cristiani e l’ideologia islamista. Quanto pesa l’Islam politico nello scacchiere mediorientale? L’analisi del direttore di Asia News tenuta a Gazzada (Va) durante la 23ma Settimana europea incentrata sulla vita e sulla storia delle comunità cristiane di tradizione antiochena (*)
di Bernardo Cervellera
L'islamismo radicale è sempre stato presente nell'islam, ma è emerso negli ultimi decenni grazie ai Fratelli Musulmani (fondati in Egitto nel 1928) e grazie al sostegno saudita verso l'ideologia wahabita. Esso suppone un'interpretazione letteralista dell'islam e un ritorno all'islam delle origini - quello di Maometto e dei quattro califfi - come strada per riaffermare la dignità delle comunità islamiche nel mondo.
I loro nemici sono i Governi islamici corrotti (quasi tutti); l'occidente ateo e coloniale; lo Stato di Israele; e infine anche i cristiani, spesso assommati all'occidente, anche se gli islamisti combattono spesso comunità cristiane che vivono in Medio Oriente da molto tempo prima di Maometto. Al mondo islamista è legata la scelta della violenza e anche il terrorismo visto come un gesto religioso che da lode ad Allah e purifica il mondo distruggendo i nemici dell'islam.
Che peso ha questa interpretazione dell'islam? In un'inchiesta pubblicata il 4 marzo 2009 da AsiaNews, a cura del Palestinian Center for Public Opinion, emergeva che almeno il 30% degli interrogati in diversi Paesi islamici - Egitto, Palestina, Turchia, Azerbaijan, Pakistan, Giordania e Marocco - sosteneva che è giusto l'uso di bombe e assassini! per raggiungere scopi politici e religiosi. Una larga maggioranza sosteneva lo scopo di al Qaeda di "spingere gli Usa a rimuovere le basi americane e le sue forze militari da tutti i Paesi islamici". Fra questi vi sono l'87% degli egiziani; il 64% degli indonesiani; il 60% dei pakistani.
Molto approvati erano anche altri scopi di al Qaeda. Fra questi, "la stretta applicazione della sharia in tutti i Paesi islamici e l'unificazione di tutte le Nazioni islamiche in un unico Stato islamico o Califfato" ha ricevuto il sostegno del 65% degli egiziani; il 48% degli indonesiani; il 76% di pakistani e marocchini. "Mantenere i valori occidentali fuori dai Paesi islamici", un altro dei fini dell'organizzazione terrorista, guadagna il sostegno dell'88% in Egitto, del 76% in Indonesia; del 60% in Pakistan e del 64% in Marocco.
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Seiano
di Rino Cammilleri
«Se liberi costui non sei amico di Cesare!» (Gv 19,12). Udite queste parole, Pilato se la fece letteralmente nelle braghe e consegnò Gesù alla crocifissione. I capi dei giudei l'avevano fregato. Pilato era già incorso nella disapprovazione di Cesare (che in quel momento era Tiberio) l'anno prima, quando aveva fatto decorare il palazzo di Erode Antipa con scudi dorati recanti l'immagine dell'imperatore. Credeva di ingraziarsi quest'ultimo, ma i capi dei giudei fecero subito un ricorso che Tiberio accolse: niente immagini, vietate dalla Torah, nella Città Santa.
Pilato, in verità, era un duro. Non aveva esitato a far massacrare i seguaci di un "profeta" sul monte Garizim. Non aveva esitato a mettere mano al tesoro del Tempio per costruire un acquedotto. Non aveva esitato, a suo tempo, a far piazzare di notte insegne romane nel Tempio stesso e, quando si era scatenata la protesta, aveva sguinzagliato i suoi uomini travestiti fra i dimostranti a menare pugnalate. Non aveva esitato, giusto la Pasqua precedente, a soffocare nel sangue un tumulto di galilei nel Tempio. Ma col caso Gesù non sapeva che pesci pigliare. Quando il Nazareno gli disse «Tu non avresti alcun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto», decise di liberarlo. Già: aveva paura del giudizio di Tiberio. Ma subito la piazza calò l'atout: «Non sei amico di Cesare». Pilato sapeva che il Sinedrio aveva il ricorso facile (come abbiamo detto, Tiberio ne aveva accolto già uno).
E si spaventò di più.
Ma come mai un decisionista come lui in questo caso tentennava tanto? Il fatto è che Pilato aveva le sue buone ragioni di avere fifa. Doveva la sua carriera e quella prefettura così delicata (e importante, tanto che Roma aveva scelto di governarla direttamente) a due persone. Una era sua moglie, Claudia Procula, che era figlia di Claudia, la figlia di Augusto. L'altra era Elio Seiano, nato a Vulsinii nella Tuscia. Costui, già comandante dei pretoriani, era entrato nelle grazie di Tiberio, cui aveva salvato la vita: un giorno, durante un banchetto esclusivo, la volta della sala era crollata sui commensali e Seiano aveva protetto Tiberio col suo corpo. L'imperatore l'aveva elevato al consolato e ne aveva fatto praticamente il suo vice. Fu Seiano a convincere Tiberio che avrebbe fatto meglio a starsene lontano dagli intrighi della capitale. Così, Tiberio se ne andò a stare a Capri, lasciando a Seiano il disbrigo delle pratiche correnti (che comprendevano anche il vaglio della corrispondenza diretta all'imperatore e le nomine più importanti; tra queste - attenzione - la nomina di Ponzio Pilato a prefetto di Palestina) e limitandosi a supervedere la grande politica a distanza di sicurezza.
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Un asilo «pro-gender»
di Pier Giorgio Liverani
da: Studi Cattolici n. 608 ottobre 2011
Storm, il bambino canadese «culturalmente» asessuato - o, più precisamente, in attesa di fare la sua libera scelta del proprio gender, di cui Sc parlò nello scorso numero di settembre — non è più solo. In Svezia, a Södermalm, un'isola collegata alla terraferma da una rete di ponti, che costituisce la parte meridionale di Stoccolma (in svedese vuoi dire semplicemente «Sud»), troverebbe una trentina di compagni di classe.
L'isola, che un tempo era una specie di slum, oggi è un quartiere elegante e ricercato, in cui sembra che ciò che conta sia l'essere a tutti i costi a la page, come dimostra un asilo infantile che lì si è aperto con il bel nome latineggiante di Egalia e politicamente più che corretto. Lì i bambini sono chiamati non con il loro nome proprio, ma con il generico e indeclinabile appellativo inglese di friend (amico/amica). Se invece ci si deve riferire a qualcuno di loro in terza persona, non si usa il classico pronome lui/lei, egli/ella, ma la sua forma neutra. E siccome il neutro in lingua svedese non esiste, la direzione della scuola ha adottato il pronome femminista hen, forma artificiale intermedia tra l'hon maschile e Yhan femminile.
Questa è una tra le ultime trovate della filosofia del gender circa il rispetto della libertà personale anche dei più giovani, infanti compresi, per abolire ogni differenza tra maschi e femmine ed evitare -dicono i pedagoghi dell'asilo di Sòdermalm — qualsiasi forma di discriminazione sessuale. In questa atmosfera, che ignora deliberatamente l'anatomia e la fisiologia, ciascun piccolo ospite potrà seguire le proprie inclinazioni fino a scoprire e a determinare autonomamente il proprio sesso. Anche i giochi sono politicamente corretti: per esempio, le bambole e i peluche sono tutti neri e senza sesso. Li chiamano emotion dolls (l'inglese, in questa materia, è d'obbligo: forse serve anch'esso a troncare sul nascere ogni velleità di identità personali nazionaliste).
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IL CARDINALE BAGNASCO E’ ILLUMINANTE !!!
La Chiesa, saggia e illuminata, è più avanti di tutti in politica. Ha corretto e congelato i convegnisti di Todi e chiama i partiti a ritrovare un’identità e una dignità, li invita a capire che, in pochi mesi, si è capovolto il mondo e che occorre arginare lo strapotere della speculazione finanzaria sui popoli e sulla politica democratica.
Ma dal ring di quei pugili intronati, che oggi sono i partiti italiani, nessuno risponde. Tutti a tappeto, incapaci di elaborare un pensiero su quello che sta accadendo in Italia, in Europa e nel mondo.
Sembrano ormai privi di una politica e perfino orfani di un’identità e di una “mission”. Vediamo nel dettaglio quello che sta accadendo.
CONFUSIONE DA TODI
Al convegno di Todi dello scorso settembre si sono contrapposte due posizioni. Quella della relazione (bellissima) del cardinale Bagnasco, in continuità con il cammino della Chiesa italiana di Ruini e dei pontificati di Wojtyla e Ratzinger.
E quella impersonata dagli ambiziosi Riccardi e Bonanni, patrocinata dal Corriere della sera che pretendeva una rottura col passato.
Sui media è apparsa quasi soltanto questa seconda linea.
Così il convegno di Todi è stato usato per “liquidare” a nome dei cattolici il precedente governo (in realtà già in disarmo da solo) e per fare da trampolino di lancio del governo Monti-Napolitano, anche aprendo la strada all’ingresso in politica del banchiere Corrado Passera (oltreché di Riccardi).
L’interprete entusiasta di questa presunta “investitura cattolica” al nuovo assetto di potere è stato il quotidiano “Avvenire” che per tre mesi, ha celebrato il premier Monti, il suo governo e Napolitano con tonnellate di incenso.
Nelle ultime settimane la correzione di rotta di “Avvenire”, autorevolmente “suggerita” dall’alto, si è fatta molto evidente per chi segue il giornale dei vescovi e sa interpretare il linguaggio del mondo curiale.
Basti dire che due giorni fa, nella pagina delle lettere (quella usata dal giornale della Cei per mandare certi “segnali”), è uscita addirittura una lettera critica con Napolitano, cosa che sarebbe stata impensabile fino a qualche settimana fa.
Oltretutto l’argomento è di quelli più scottanti, le foibe, e il titolo era inequivocabilmente polemico col Quirinale: “Infoibati dal comunismo non da ‘derive nazionalistiche’ ”.
La lettera iniziava così: “Caro direttore, come profugo istriano sono rimasto colpito dal messaggio del presidente Napolitano: gli eccidi e l’esodo sono stati causati dalle derive nazionalistiche europee. Ero bambino, all’epoca, ma me la sento di dichiarare che gli eccidi e l’esodo sono stati causati dalle ideologie: a finire nelle foibe è stata particolarmente la borghesia, vittima del comunismo più deteriore. A Pola, a Fiume, a Gorizia, a Zara, a Trieste vennero deportati dai comunisti titini anche membri del Comitato Nazionale di liberazione, colpevoli solo di avere altre ideologie; e i titini sono stati aiutati in questo da comunisti italiani, che credevano nel ‘paradiso’ sovietico”.
Questa dura stoccata a Napolitano è il segnale di una correzione di rotta per il quotidiano dei vescovi che nei mesi scorsi sembrava quasi aver sostituito il Papa con il presidente della Repubblica. Ovviamente non si tratta solo di una lettera, seppur significativa. Sul giornale è evidente anche un certo “raffreddamento” del precedente, eccessivo entusiasmo per il governo.
CORREZIONE
Nel frattempo – con una riunione alla sede della Cei, il 16 gennaio, e poi un’altra il 9 febbraio – i bollori politici dei promotori di Todi sono stati messi un po’ nel congelatore.
Pur essendo perlopiù caporali senza truppe, nell’autunno scorso avevano annunciato grandi iniziative: incontri in ogni città (a cominciare da Napoli con il duo Riccardi/Bonanni), un roboante “Manifesto per il bene comune” e addirittura una raccolta di firme per una nuova legge elettorale. Ma ora tutto è stato stoppato.
Anche perché alcune associazioni avrebbero l’ambizione di fare un passo avanti nell’agone politico, ma in questo momento la cosa non è gradita nemmeno da chi – come il premier Monti – guida un esecutivo sostenuto da un precario equilibrio politico (a Palazzo Chigi non piace certo l’ingresso diretto di ministri in nuovi partiti o movimenti politici che potrebbero produrre una reazione destabilizzante nel Pd, nel Pdl e nell’Udc).
Peraltro è anche difficile capire quali contenuti tipicamente cattolici possano proporre queste associazioni, visto il loro sostanziale appiattimento sul “governo dei tecnocrati”.
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Ingrata Patria
di Rino Cammilleri
Com’è noto, tutti i principali vincitori del Risorgimento percorsero, a cose finite, splendide carriere. Compreso Garibaldi, che ebbe un'intera isola nazionale tutta per sé. Uno dei pochi, se non l'unico, a uscire dall'epopea a tasche più vuote di quanto c'era entrato fu il famoso fra Pantaleo, braccio sinistro dell'Eroe dei Due Mondi (o dei Due Milioni, come lo chiamavano i gesuiti della Civiltà Cattolica riferendosi al valore commerciale di Caprera).
Nelle pagine della nostra rivista più volte abbiamo parlato di coloro che quelle guerre civili tra italiani persero, nonché dei sacerdoti fucilati dai piemontesi come «briganti»; ma va anche detto, a onor del vero, che c'era del clero anche tra le file dei «patrioti». Così come erano, ahimé, tutti meridionali quei generali ed ammiragli che permisero ai Mille di prendersi le intere Due Sicilie praticamente senza combattere, non erano pochi i preti e i frati che si lasciarono abbagliare dalla somiglianza fisica (non è uno scherzo) tra il Generale e Gesù: barba, capelli lunghi e biondi.
È vero, Garibaldi era più vecchio, basso e non aveva gli occhi azzurri, ma era un «liberatore» e tanto bastava. Naturalmente, i più rappresentati nelle file di questa «teologia della liberazione» ante litteram erano i francescani, sempre sensibili alla propaganda di sinistra. Insomma, c'erano preti e religiosi in ambedue gli schieramenti, anche se quelli che si univano ai garibaldini non si limitavano a far da cappellani ma impugnavano volentieri le armi.
Nel mezzo stavano (non mancano mai) i cerchiobottisti, come quel monsignor Gregorio Ugdulena, segretario di stato per l'istruzione pubblica e il culto, che, da Palermo, così scrisse a Garibaldi a nome del clero siciliano: «Noi sacerdoti di Sicilia non ci allontaneremo mai dai dogmi, dalla disciplina e dai riti cattolici; noi ci terremo saldi intorno al Capo visibile della nostra Chiesa». Tuttavia, aggiunse, «condanniamo la politica immorale e anticristiana di chi, spaventando con l'ombra di immaginari pericoli l'Uomo che amava pure il suo popolo, l'ha sedotto ad affidarsi in su una spada mercenaria e a cingersi tutto intorno di baionette straniere, per fondare sopra quelle una dominazione che solo l'amore e il libero consentimento del popolo può render legittimo». Si riferiva al Papa, il cui Stato in quel momento era presidiato dai francesi di Napoleone III.
Ma dicevamo di fra Pantaleo. Giovanni Pantaleo, figlio di un domestico, era stato educato da due preti liberali. Tant'è che divenne quel che oggi diremmo un cattocomunista. Infatti, a sedici anni si fece francescano e, quando sbarcarono i Mille, indossò la camicia rossa sotto il saio.
Patri Giuvannuzzu, come lo chiamavano i fedeli, lasciò il suo convento di Salemi e si aggregò all'impresa. Portava la sciabola e due fondine: in una teneva una pistola, nell'altra un crocifisso. Dapprima si limitò a esortare i «picciotti» a unirsi alla spedizione, convincendo soprattutto diversi giovani frati, poi cominciò a combattere in prima persona.
A Napoli diventò massone e fondò un giornale che fallì quasi subito. La «liberazione» di Roma divenne per lui un'ossessione che propagandava anche con pubblici discorsi. In uno di questi, dedicato alla «demitizzazione» delle apparizioni di Lourdes, si prese un paio di altrettanto pubblici schiaffoni dal prefetto di Salerno, il cattolicissimo Luigi Amirante (che fu subito destituito), il cui figlio, Carlo, è oggi in attesa di beatificazione (diciottenne tenente d'artiglieria napoletana, si ritrovò con la divisa italiana indosso a cannoneggiare Porta Pia; sconvolto per aver dovuto sparare contro il Papa, si fece prete).
Quando il tentativo di Garibaldi di attaccare lo Stato Pontificio fu fermato dai piemontesi ad Aspromonte, fra Pantaleo, indignato, tornò a Palermo per organizzare uno scisma e dare una lezione al Papa. Ma al suo scisma aderì solo un prete, tal Mastruzzi, e allora nel 1864 fra Pantaleo gettò il saio alle ortiche. Nemmeno il confratello p. Vincenzo Rubera, di Noto, che pur era stato suo compagno nell'avventura garibaldina e condivideva col Generale l'opinione che «il prete è vecchia cancrena del mondo» (così gli scrisse nel 1863 lo stesso Garibaldi da Caprera), osò spingersi fino a tanto.
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Italia, crisi di identità
Intervista al vescovo Luigi Negri: la cultura popolare, che in Italia era impregnata di fede e valori cristiani, è stata colpita dal Risorgimento. E oggi, un colpo di Stato strisciante, che vede scontrarsi poteri forti, minaccia il bene comune reale e concreto del popolo italiano
Mons. Luigi Negri è sempre stato attento al rapporto tra la fede e la cultura, consapevole che un popolo privo dei criteri di giudizio sulla realtà, che appunto nascono dalla fede, non potrà mai trasformare in senso cristiano il mondo in cui vive. Per questo, abbiamo voluto intervistare proprio il vescovo di San Marino e Montefeltro, perché aiuti i lettori del Timone a comprendere l’importanza del 150° anniversario dell’unificazione d’Italia, anche per il futuro delle comunità cristiane che vivono nel nostro Paese.
Gli italiani non riescono ancora a unificarsi? Si è fatto qualche ragione di questa “questione nazionale”?
«Credo che, oggi come 150 anni fa, la questione nazionale fondamentale rimanga il problema della cultura popolare, un problema aggravato dal fatto che in questo lungo periodo nulla è stato tentato per affrontarlo e risolverlo.
Che cosa intendo per cultura popolare? Mi riferisco a quelle esigenze fondamentali della vita di un popolo che tendono a formulare una visione della realtà da cui nascono giudizi etici e una serie di relazioni sociali. Ora, queste esigenze vennero completamente ignorate nel 1861, quando nasceva lo Stato italiano. Nel XIX secolo poteva certamente esserci, in Italia, una esigenza di unificazione politica fra i diversi Stati pre-unitari, per quanto forse questa stessa esigenza venne esagerata. Tuttavia, in quella occasione, vennero utilizzate come base per lo Stato che stava nascendo a completamento del processo risorgimentale diverse ideologie già tendenzialmente totalitarie che, sostanzialmente, negavano la cultura popolare di allora, radicata da secoli nei principi del cattolicesimo. È trascorso un secolo e mezzo. In questo lungo periodo, le ideologie di allora si sono diffuse nel popolo e hanno costituito culture alternative a quella cristiana. Molti, fra cui anch’io, magari ingenuamente, hanno pensato che,dopo il 1989 e il crollo del Muro di Berlino, si sarebbe potuto iniziare un effettivo dialogo fra queste diverse culture. Su questo punto papa Giovanni Paolo II aveva investito molto, allo scopo di fornire risposte adeguate alle domande di senso che venivano poste sempre più frequentemente dagli uomini dell’ultimo quarto del secolo XX, “disperati” e delusi anche in seguito al fallimento delle stesse ideologie.
Purtroppo questa occasione storica è andata perduta. Al posto delle ideologie del Novecento, che hanno fallito, si è imposta una nuova “ideologia del massmediatico”, materialista, edonista e progressista. Questa ideologia tecno-scientista ritiene che la natura sia un oggetto manipolabile; essa prevede anche che vi siano dei poteri che abbiano il diritto di intervenire sulla realtà, anche al di fuori dal proprio ambito, per orientare la storia verso progetti coerenti appunto con l’ideologia dominante. È quello che sta cercando di fare per esempio in Italia la magistratura e una circostanza in cui questo tentativo di manipolazione della realtà si è espresso in tutta le sua esemplarità e violenza è stato in occasione dell’omicidio di Eluana Englaro.
Se questo è il quadro, se questa analisi è esatta, allora il problema fondamentale consiste nel portare in primo piano le esigenze di un popolo che non può accettare la “melassa” che gli viene proposta dalla cultura progressista e anticattolica, ma al contrario deve riscoprire e nutrirsi di quella cultura che dà senso all’esistenza, che è fattore di educazione e di formazione della persona. In quest’ottica, fare apologia incondizionata del Risorgimento è negativo, perché si chiudono gli occhi su ormai molti studi che hanno mostrato anche il volto meno nobile del processo culturale e politico italiano che ha condotto il Paese verso la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. Studi che potranno essere criticati, ma non possono essere esclusi dal “circuito editoriale che conta”, perché così si mortifica la ricerca storica che, per definizione, deve invece essere libera di esprimersi».
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Ora gli eurocrati capiranno che le culture non sono tutte uguali
L’Occidentale 16 novembre 2011 (Tratto da American Spectator)
di Roger Scruton
Tradotto da Enrico De Simone
Il mio primo viaggio in Grecia risale a cinquant’anni fa, ci arrivai dall’Inghilterra facendo l’autostop insieme a un compagno di scuola. Andavamo in cerca della mitica terra di Omero, Platone, Tucidide. Ovviamente, non la trovammo. Però scoprimmo qualcosa di quasi altrettanto stupefacente: un posto in cui la chiesa e il clero dominavano la vita rurale e dove ogni paese di campagna era la casa di una comunità ben circoscritta, devota ai propri santi e alle proprie feste patronali, dove le antiche danze tradizionali continuavano ad essere ballate, gli uomini di qua e le donne di là, tutti vestiti di abiti sopravvissuti all’epoca ottomana; un ballo che invariabilmente si giocava sulla rappresentazione del classico dramma dei sessi, il matrimonio e i suoi conflitti.
Era un paese che doveva ancora entrare nel mondo moderno. I suoi ritmi erano quelli dei villaggi contadini, i suoi diritti e doveri quelli della campagna, un paese dove ogni momento era buono per abbandonarsi al sole, al mare, a una siesta. Era semplicemente inconcepibile, agli occhi di un anglosassone, come un tale paese potesse essere valutato con gli stessi parametri con cui si valutano la Francia o la Germania, o che potesse avere un qualche ruolo in un gruppo economico di cui quei due paesi avessero fatto parte, tantomeno su base paritaria.
Un giorno restai senza soldi e mi misi in fila a un ospedale di Atene dove si poteva donare sangue in cambio di qualche dracma. Il dottore di turno balzò dalla sedia per dare il benvenuto all’alto ragazzo dai capelli rossi che entrava nel suo studio; poi mandò via i due uomini – entrambi mingherlini – che erano entrati con me, ritenendo che il loro sangue non servisse a nulla. I nomi dei miei sfortunati “rivali” erano Eracle e Dioniso. Si trattò dell’unico segno colto in quella mia prima visita, della discendenza di quella gente dai Greci ai quali dobbiamo la nostra civiltà.
Non ho alcun desiderio di tornare in Grecia, ho paura di quello che i turisti e la speculazione hanno potuto farle. Però so che, qualunque cambiamento ci sia stato, è impensabile che il paese abbia avuto uno sviluppo pari a quello della Francia o della Germania. E’ ovvio che il paese si sia modernizzato, che siano state costruite strade e che le città siano cresciute, che il turismo abbia spazzato via le antiche, buone maniere contadine. C’è stata anche la rivoluzione sessuale – probabilmente più tardi del 1963, data indicata da Philip Larkin - ma con gli stessi, devastanti effetti sul matrimonio e la famiglia. Non c’è dubbio che le antiche canzoni siano andate perdute, o che le insegne delle multinazionali abbiano conquistato tanti negozi in tutto il paese. Ma è altrettanto sicuro che la cultura locale non è scomparsa.
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Cultura
di Rino Cammilleri
L’architetto perugino Luigi Fressoia, comunista in gioventù, entrato nell'età della ragione è divenuto liberal-conservatore ed ha ricoperto incarichi in Forza Italia. Lodevolmente fa la cassandra in un notiziario di riflessioni che spedisce via internet a chi le voglia leggere. Il vostro Kattolico è tra i suoi destinatari e oggi rilancia qui alcune acute sue considerazioni sul primato gramsciano della cultura in politica.
Manca nel centrodestra (ma anche nella Chiesa, ed è per questo che ce ne occupiamo qui) un piano sistematico di riappropriazione della cultura; meglio, di liberazione da un'egemonia mediatica che occupa tutto, anche i rotocalchi, anche le riviste di divulgazione scientifica (Fressoia fa l'esempio di un numero della rivista «Focus» dedicato alla tortura che spazia dall'Inquisizione al nazismo passando per la prigione americana di Abu Graib, ma tace sull'islam e sul comunismo sovietico). Senza tale egemonia sui media, nota, ben diversi sarebbero gli equilibri politici in Italia (e non solo).
Ecco un elenco dei luoghi comuni diventati ormai mentalità corrente anche di molti cattolici e di non pochi conservatori, luoghi comuni che si sono impossessati dei cervelli grazie alla strategia gramsciana di conquista della cultura e, soprattutto, del significato delle parole:
1) le sinistre sono per il popolo e le destre per i padroni (in verità le sinistre, di cui fanno parte i cattolici "adulti", sono solo stataliste);
2) ciò che è di interesse pubblico deve essere per sua natura statale;
3) il "progresso" sta a sinistra;
4) la sinistra è , contro il Potere (invece, è la sinistra ad avere creato i poteri più assoluti della storia);
5) in Italia lo scopo del terrorismo brigatista negli "anni di piombo" era di fermare l'ascesa del Pci;
6) le sinistre sono l'antidoto naturale alla mafia;
7) se il nazismo era il male, il comunismo era a fin di bene (invece, erano cugini);
8) la lotta per la libertà è antifascista ma non anticomunista;
9) la Resistenza l'hanno fatta i comunisti;
10) il comunismo è di sua natura pacifista;
11) senza Usa e Israele ci sarebbe la pace nel mondo;
12) il terrorismo islamico è causato dalle ingiustizie presenti nel mondo;
13) esso è solo contro gli Usa ma non contro l'Europa;
14) il capitalismo è una mostruosità (e non la normale propensione di tutti gli uomini a risparmiare, investire ed espandersi);
15) il profitto è intrinsecamente perverso;
16) la povertà è causata dalla ricchezza;
17) l'Occidente è colpevole della povertà nel mondo;
18) le risorse per la solidarietà sociale sono una variabile indipendente dall'economia;
19) la causa dei problemi ambientali è lo sviluppo;
20) l'uomo è il cancro del pianeta;
21) la meritocrazia è classismo (invece, è l'unica chance per i poveri e i privi di raccomandazione);
22) la delinquenza è colpa della società;
23) i criminali devono essere recuperati, non puniti;
24) la scienza esclude la fede (invece, la religione comincia là dove la scienza non arriva);
25) la laicità esclude la religione (come se laicità fosse sinonimo di ateismo);
26) la famiglia tradizionale è un concetto religioso, non di ordine naturale;
27) la famiglia è per sua natura oppressiva;
28) animali e piante hanno la stessa dignità dell'uomo.
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Sharia in Germania? «Si può fare»
Per Jochen Hartloff, responsabile dell’amministrazione della giustizia nella Renania-Palatinato, la legge islamica può diventare parte dell’ordinamento giuridico tedesco «come la Sacra Rota e i tribunali sportivi». Ma il ministro bavarese Merk frena: «Neanche per sogno. Integrazione vuol dire accettare i nostri codici».
La Germania come “cavallo di Troia” per l’ingresso della Sharia in Europa? Da ieri l’interrogativo è tutt’altro che una fantasia: scaturisce dalle clamorose dichiarazioni di un ministro tedesco in carica, Jochen Hartloff, responsabile dell’amministrazione della Giustizia nella Renania-Palatinato, una delle regioni tedesche più conservatrici, pur essendo governata unicamente dal partito socialdemocratico (Spd). È vero che il capo dello Stato, l’eccentrico Christian Wulff, prima ancora che per le sue peripezie con il prestito di favore per l’acquisto della casa, si era fatto notare con l’affermazione che «l’Islam è parte della Germania». Però nessun politico finora aveva osato immaginare di introdurre la severa legge islamica nel liberale ordinamento giuridico tedesco. Il ministro Hartloff lo ha fatto e in un batter d’occhio, a 56 anni, è diventato l’avanguardista del dialogo con i seguaci del Corano.
Intervistato dal tabloid berlinese Berliner Zeitung, il custode dei codici ha lanciato l’idea di «conciliazioni extragiudiziali» regolabili in base ai principi della sharia in cause civili originate da questioni economiche. Bontà sua, il ministro Hartloff non oltrepassa i confini del codice civile. Per giudicare e sanzionare i reati penali, la legge tedesca non deve temere invasioni, almeno per ora. La platea potenziale delle suggestioni del geniale ministro sono i tre milioni di musulmani, in maggioranza turchi, che vivono in Germania. Nelle cronache giudiziarie sono frequenti i delitti di sangue nelle famiglie di immigrati per il mancato rispetto della sharia da parte delle donne. Circa 250 mila musulmani hanno ottenuto la cittadinanza tedesca, pur restando fedeli al Corano. Hanno un peso politico crescente. Nel Bundestag siedono una quindicina di deputati di origine musulmana. Il presidente del partito dei verdi, il rampante Cem Ozdemir, è figlio di immigrati turchi.
«Anche la Chiesa e lo sport hanno una propria giurisdizione con tribunali autonomi», ha sottolineato Hartloff. La sharia, tanto per cominciare, potrebbe quindi essere equiparata al diritto canonico e alla Sacra Rota, oppure, per gli amanti del pallone, al giudice sportivo che appioppa multe e squalifiche. «Naturalmente non tollereremo l’età della pietra», ha messo le mani avanti il ministro evidentemente turbato dal pericolo che la lapidazione delle adultere e la frusta possano trovare accesso nei codici tedeschi. In qualche raro caso, la sharia ha già trovato applicazione in Germania per cause patrimoniali tra musulmani. Ha già fatto sensazione il riconoscimento da parte di un tribunale tedesco di un matrimonio per procura in Tunisia con una stretta di mano tra i due rappresentanti degli sposi. Il ministro bavarese della giustizia, Beate Merk, taglia corto: «la sharia? Neanche per sogno. Integrazione vuol dire accettare i nostri codici».
E. Piergianni, Libero, 5 febbraio 2012
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In memoria di Eluana
08/02/2012
di Mons. Luigi Negri*
Lo scorrere inesauribile del tempo costringe a fare memoria e in qualche modo a rivivere un avvenimento tragico per l’intera nostra società.
La violenza organizzata e articolata dell’ideologia del benessere individualistico, del possesso incondizionato e della manipolazione tecnologica di persone e cose, il 9 febbraio di tre anni fa ha eliminato la presenza scomoda di Eluana Englaro.
Si è voluto affermare in maniera violenta che la vita umana non è più un dono indisponibile a qualsiasi istanza umana - famiglia, strutture politiche e sociali, giuridiche -, ma al contrario che la vita umana è un oggetto su cui istanze diverse, e talora alleate, possono e debbono esercitare il loro potere.
Così Eluana è stata sacrificata, perché un’alleanza vasta, articolata e pervasiva ha deciso che la sua non era più vita, senza nessuna conferma scientifica e senza nessuna utilità di carattere sociale.
Doveva essere eliminata perché con il suo dolore e il suo silenzio, la sua esperienza di vita ricordava a tutti esattamente il contrario di quello che molti volevano affermare: che la vita appartiene al Mistero di Dio, da cui la riceviamo. E che quindi in nessun momento della nostra esistenza è possibile che qualcuno decida di sopprimere la vita in sé, neanche colui che ne è soggetto.
La Chiesa, nella dedizione gratuita, lieta, limpida delle suore Misericordine di Lecco, aveva già aperto le sue braccia e il suo cuore ad Eluana. Esse l’avevano custodita per anni come il bene più prezioso, perché Eluana era viva e perché ogni persona che vive – ed Eluana era viva – è il bene più prezioso sulla Terra, perché è il segno di Dio.
Contro questo rispetto e questa passione per la vita si è deciso di scardinare tutto, perché fosse affermata la signoria dell’uomo e delle sue misure sulla realtà. E fosse aggirato qualsiasi anche timido riferimento al mistero dell’esistenza.
Così cattiva politica, cattiva scienza, istituzioni che debordavano dalle loro funzioni, hanno compiuto il delitto abominevole. Addirittura l’ideologia ha costruito una singolare inversione dei termini: chi imponeva in qualche modo l’eutanasia era il difensore della libertà, della libertà di vivere e di morire, era propugnatore di quella morte dolce che veniva non solo equiparata alla vita, ma diventava superiore alla vita. E coloro che difendevano in nome dei principi della ragione – prima ancora che della fede – l’assoluto valore dell’esistenza umana, venivano tacciati naturalmente di fondamentalismo, di imperialismo e quant’altro.
Così Eluana è stata condotta al macello come la pecora di biblico ricordo. E così - credo ben al di là della sua consapevolezza e della sua stessa capacità di dedizione – è stata associata al mistero di Cristo che muore e risorge; e noi cristiani non possiamo che pensarla e ricordarla così.
Questo gesto contro Eluana, cioè contro la vita, è stato più volte presentato come un passaggio fondamentale per il progresso della nostra società, per l’incremento della vita umana e sociale.
Certo, dopo 3 anni vediamo tutti i giorni come la vita in Italia sia maturata in senso positivo: padri che ammazzano i figli e figli che ammazzano i padri; uomini e donne che risolvono il contenzioso della loro tormentata vicenda coniugale, o non, ammazzando e suicidandosi; la violenza irresistibile per le strade dove si ammazza nella migliore delle ipotesi per qualche migliaio di euro.
Certamente la società italiana è stata maturata profondamente da questi orrendi gesti che si pensa abbiano un valore positivo.
La barbarie sembra incontenibile.
Che non abbia alla fine ragione Benedetto XVI quando dice che “l’apostasia dell’uomo moderno da Gesù Cristo finisce per diventare l’apostasia dell’uomo da se stesso”?
Anche su queste parole del Santo Padre, in questo triste - ma lieto per noi cristiani - anniversario, conviene riflettere.
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Pubblichiamo un articolo diffuso dallo scrittore cattolico Armando Valladares, un esule cubano in Florida che da anni si batte per salvare l'identità cattolica del proprio paese.
Armando Valladares, scrittore, pittore e poeta. Ha trasorso 22 anni nelle carceri politiche di Cuba. È autore del noto libro Contra toda esperanza (Contro ogni speranza – Edizione italiana Spirali), dove narra l’orrore delle prigioni castriste. È stato ambasciatore degli Stati Uniti nella Commissione dei Diritti Umani dell’ONU, sotto le amministrazioni Reagan e Bush.
Gli è stata conferita la Medaglia presidenziale al Cittadino ed è stato insignito del Superior Arward del Dipartimento di Stato.
Ha scritto numerosi articoli sulla riprovevole collaborazione ecclesiastica col comunismo cubano e sulla “ostpolitik” vaticana con Cuba.
Lo scorso 19 gennaio, a due mesi dal viaggio di S. S. Benedetto XVI nell’isola-carcere di Cuba, e 24 ore prima dell’arrivo di una delegazione vaticana di alto livello per la definizione dei dettagli della visita papale, quasi come con una macabra sghignazzata, il regime lasciava morire il giovane prigioniero politico cubano Wilman Villar Mendoza, padre di due bambine, Geormaris e Wilmari, rispettivamente di 7 e 5 anni. Una morte crudele, che la moglie, Maritza Pelegrino, non ha esitato a definire “assassinio”.
Wilman era stato condannato alla prigione il 24 novembre del 2011 e in preda alla disperazione decise di protestare davanti al mondo con l’unico mezzo che riteneva di avere a disposizione contro la sua ingiusta condanna e soprattutto contro lo stato di schiavitù in cui si trova il suo amato popolo cubano. Diede così inizio ad uno sciopero della fame, non per attentare alla propria vita, ma per usarla, con grave rischio, come l’unico mezzo di protesta che riuscì a concepire nel suo estremo abbandono e nell’afflizione sperimentate nelle segrete castriste. Con tutti i mezzi, e con false promesse di liberazione, cercarono di fargli rinnegare le sue idee per una Cuba libera, dignitosa e prospera.
Nudo, lo misero in isolamento in una cella di punizione umida e fredda, dove contrasse la polmonite. Gli negarono adeguate cure mediche e gli impedirono di bere, come già avevano fatto, nel 1972, con un altro prigioniero politico, il dirigente studentesco Pedro Luis Boitel, e come già avevano fatto recentemente, nel 2010, con Orlando Zapata Tamayo, sempre per ordine di Fidel Castro. Resosi conto che con i carnefici non poteva spezzare la resistenza di Wilman, il regime castrista, non solo lo lasciò morire, ma ne affrettò la morte privandolo delle cure mediche necessarie, esattamente come aveva fatto con Boitel e con Orlando e, lo scorso anno, con Laura Pollán, fondatrice delle Donne in Bianco, lasciata morire in un ospedale.
A Cuba, le Donne in Bianco, delle quali fa parte la vedova di Wilman insieme ad altre oppositrici della statura di Martha Beatriz Roque Cabello, furono le prime a denunciare al mondo l’arbitraria prigionia di Wilman, il 24 novembre. E furono anche le prime a condannare il comportamento criminale del 19 gennaio del regime comunista. In questo furono appoggiate dai governi di Spagna, Stati Uniti e Cile e sostenute dalla commovente solidarietà dei cubani dell’isola, degli esuli e di coloro che nel mondo intero hanno a cuore la dignità umana, la libertà e il diritto.
Di contro vi è stato, a quanto ne so io, il clamoroso silenzio della Segreteria di Stato della Santa Sede, del cardinale de L’Avana, Jaime Lucas Ortega y Alamino e della Conferenza Episcopale Cubana.
Il caso disperato del giovane Wilman era di dominio pubblico da quasi due mesi. Due mesi sono un tempo lungo per i pastori che avrebbero dovuto esprimersi: intercedere per la sua libertà, fornirgli assistenza spirituale in carcere, far comprendere con carità che la Chiesa si oppone agli scioperi della fame, presentare i motivi di questa opposizione, esigere un’assistenza medica adeguata, dire apertamente alle guardie che non potevano più agire impunemente. Eppure fino ad oggi, per quanto mi consta, i pastori sono rimasti inspiegabilmente in silenzio.
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Riflessioni su un compleanno
di Vittorio MESSORI
Guarda caso: era Pasqua, stavolta, il giorno in cui, compiendo gli anni, ho varcato la soglia di quello che è l’inizio ufficiale della vecchiaia persino per la politicamente correttissima OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità; dove, ovviamente, quei funzionari non parlano di noi, giunti a questa soglia, come di “vecchi” bensì di “anziani”, qualcuno ancor più delicato addirittura di “seniores”.
Eufemismi pietosi a parte – consolanti come, per un cieco, essere chiamato “non vedente” e per un paralitico “diversamente abile” – sono entrato nella zona spazzatura, come ha confermato proprio in queste settimane il nuovo assetto dell’Auditel, il sistema per rilevare gli ascolti televisivi. Chi ha meno di 15 anni e più di 64 è eliminato dalla rilevazione, non esiste, perchè non interessa agli inserzionisti pubblicitari. Essendo “consumatori deboli”, i bambini (per quanto precoci) e i vecchietti (per quanto arzilli), hanno un bello stare davanti al video, la loro presenza è letteralmente irrilevante, nessuna azienda è disposta a pagare per raggiungerli con i loro messaggi.
Mal sopportando i moralisti che si lagnano della «nequizia dei tempi» e i benpensanti del «dove andremo a finire?», e preferendo sempre e comunque la verità all’ipocrisia dilagante, dico che è giusto così. Anzi, me ne rallegro perchè, pur senza volerlo, con il loro approccio di realismo pragmatico, i pubblicitari aiutano i miei coetanei a tentare di smetterla con la rimozione dell’intollerabile approssimarsi della fine. Un tempo ci volevano santi sul tipo di Alfonso Maria de’ Liguori, che scrivessero libri-choc come Apparecchio alla morte per richiamare i fratelli alla realtà; ora, ci sono le regole dell’Auditel, come monito che è ormai ora di fare le valige. Meglio che niente.
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Per quanto mi riguarda, encore un effort!, come esortava il marchese De Sade, ovviamente pensando a tutt’altro. Ancora uno sforzo, dunque: al massimo qualche migliaio di giorni ed è fatta, la preparazione all’Esame va verso la fine e ci si avvia a sostenere il Giudizio (il solo che conti, quello con la maiuscola), confidando ovviamente ben più sull’indulgenza che sulla giustizia dell’Esaminatore. Quanto a ciò che si lascia indietro, alle “spoglie”, come si dice – in attesa di riprenderle, non sappiamo come, ma la Speranza ci dice che avverrà – da tempo ho fatto a chi di dovere una sola raccomandazione: rispettare l’istintiva allergia che ho da sempre per i cognomi prima del nome. Dunque, sulla pietra tombale – quale che sia – prima il nome di battesimo, poi il nome della famiglia, come logica e gusto richiedono, tranne che per i burocrati e i loro elenchi. Un motto, su quella pietra? Non dispiacerebbe un paolino Scio cui credidi o la bellissima iscrizione catacombale Domus secunda. Donec tertia. Ma chi, oggi, sa capire il latino? Per uno come me, che ha dedicato la vita alla divulgazione, che si è sforzato di farsi comprendere da tutti, avendo orrore delle oscurità e dei cripticismi degli intellettuali, sarebbe una bella contraddizione. Insomma, mettano quel che gli pare o anche niente, purché non mi mettano ad arrostire: tra le cose che mi è difficile perdonare ai preti di oggi e che meno apprezzo del contraddittorio papato di Paolo VI, c’è l’avere permesso ai credenti la cremazione, questo ritorno al paganesimo, questa bandiera massonica, concedendo la distruzione di un segno cristiano imprescindibile come l’inumazione nella terra. Per eventuali scritte facciano dunque loro, i superstiti, astenendosi in ogni caso dagli elogi che coprono le tombe e che provocano la famosa domanda del bambino in visita al cimitero: «Papà, ma i cattivi dove li seppelliscono?». Il computo di meriti e demeriti tocca a Qualcun Altro. Agli uomini si addice il silenzio; cosa che non sanno più neanche gli uomini di Chiesa che, nelle omelie dei funerali, fanno ciò che un tempo era loro vietato dalle norme canoniche. E, cioè, l’elogio del defunto che, al pari della condanna, non è cosa che competa agli uomini. Soprattutto, poi, a cadavere presente. Ma questi sono tempi dove, come si sa, ai funerali scrosciano gli applausi in chiesa, contraddizione suprema per lo spazio liturgico e tollerata se non favorita dai celebranti.
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Opinionisti cattolici
di Rino CAMMILLERI
Insomma, c’è o non c’è questa egemonia laicista sulla cultura (e, dunque, sulle mentalità, che equivale a dire su tutto)? È stato autorevolmente osservato che nei grandi quotidiani italiani, per esempio, gli opinionisti cattolici sono completamente assenti. Il sottoscritto, che per mestiere li legge (o almeno scorre) quasi tutti ogni giorno (più, le riviste e i settimanali), deve ammettere che le cose stanno proprio così.
Se togliamo don Gianni Baget Bozzo e Antonio Socci, cosa rimane? Certo, c’è «Avvenire», ma l’eccezione, peraltro unica, non fa che confermare la regola. Sì, i giornalisti di fede cattolica, anche direttori di testata, sono sparsi qua e là e si può dire che sono praticamente presenti un po’ dappertutto, televisioni comprese. Ma di editorialisti autorevoli, di quelli invitati una sera sì e l’altra pure nei salotti televisivi, nisba.
Socci e Bozzo, e nulla più.
Il primo, poi, lo si chiama quando “serve” qualcuno che faccia la parte del cattolico, avendo cura di predisporre adeguati contraltari affinché risulti ben chiaro che il conduttore è pluralista e, pensate, invita anche un cattolico. Sì, so bene che il nostro Messori collabora tranquillamente con il «Corriere della Sera», maggior quotidiano nazionale e punto d’arrivo per ogni carriera nella carta stampata. Ma non come editorialista. E avendo avuto cura di bilanciare la sua presenza con quella di un altro cattolico di tutt’altre vedute, Alberto Melloni. Nemmeno l’altrettanto nostro Introvigne, pur essendo nel suo campo un’autorità internazionale, ha lo spazio dell’editoriale sui grandi quotidiani nazionali: lo si interpella solo per quel che strettamente concerne le sue specializzazioni.
Mancano i politologi e i pensatori sull’attualità in campo cattolico? Assolutamente no. Allora sono tutti degli asini, o almeno dei mediocri che non val la pena stare a sentire? Nemmeno. D’altronde, se per fare l’editorialista su un grande quotidiano bisogna essere un genio e un produttore di capolavori stilistici, non si vede cosa ci stiano a fare quelli che già ci sono, visto che di geni non ce n’è, di mediocri c’è pletora e di asini ce ne sono anche troppi.
No, l’egemonia culturale laicista esiste, eccome, e i cattolici devono essere molto, molto, prudenti e circospetti, pena la disoccupazione o peggio. Prendiamo il caso di un’altra firma del «Timone», la Pellicciari. Naturalmente, non fa l’editorialista né l’opinionista, figurarsi, e pubblica libri per il semplice fatto che li vende, sennò neanche questo potrebbe. No, fa solo l’insegnante, e anche questo con grave rischio, visto quel che le è successo.
Inchieste, ispezioni ministeriali, genitori e presidi contro, linciaggi sui giornali. Grazie alla benevolenza di due “laici” che contano, Battista sul «Corriere» e Ferrara nella sua trasmissione, ha potuto dire la sua e difendersi. Ma ha dovuto squadernare il suo metodo d’insegnamento, fin nei minimi dettagli, davanti a tutti, dimostrando all’Inquisizione laicista di non avere infranto le regole per cui un cattolico può essere «tollerato».
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Il “caso Galileo”
di Mons. Luigi NEGRI
È il cavallo di battaglia di tanta pubblicistica anticattolica.
Utilizzato per bollare la Chiesa come nemica della scienza.
Ecco perché è importante tornare a parlarne.
Dicendo la verità su come si svolsero i fatti
Si è concluso non da molto l’anno galileiano e non sono mancate pubblicazioni e articoli che hanno trattato del cosiddetto “caso Galileo”. Allora perché interrogarsi ancora sulla vicenda galileiana? Sono almeno due i livelli per cui è importante occuparsene.
Sicuramente ricostruire da un punto di vista storico, al di là di tutte le interpretazioni ideologiche e di tutti i pregiudizi, la dialettica tra Galileo e la Chiesa del suo tempo è importante per chiarire che la Chiesa “non è mai stata” e “non è”, come vorrebbe certa storiografia laicista, contro la scienza. Il cosiddetto “caso Galileo”, come ha avuto modo di precisare l’allora card. Ratzinger, «ancora poco considerato nel XVII secolo, viene – già nel secolo successivo – elevato a mito dell’illuminismo».
Secondo tale prospettiva, continuava lo stesso card. Ratzinger, «Galileo appare come vittima di quell’oscurantismo medievale che permane nella Chiesa. […] Da una parte troviamo l’Inquisizione: il potere che incarna la superstizione, l’avversario della libertà e della conoscenza. Dall’altra la scienza della natura, rappresentata da Galileo».
Una puntuale ricostruzione storica ha dimostrato ormai con chiarezza che l’obiezione della Chiesa al copernicanesimo di Galileo derivava dal fatto che si affermavano come teorie scientificamente dimostrate delle ipotesi che in realtà avevano ancora bisogno di ulteriori sviluppi e giustificazioni. Le parole di Bellarmino, scritte al padre carmelitano Foscarini, non lasciano adito a dubbi: «quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole, allora bisogna ria andar con molta circospezione in esplicitare le Scritture che paiono contrarie e più tosto dire che non l’intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra».
Inoltre, la preoccupazione della Chiesa era di natura pastorale, ciò che la muoveva non era la volontà di difendere Tolomeo contro Copernico, quanto di evitare che attraverso la divulgazione di teorie non ancora dimostrate si favorisse la libera interpretazione delle Scritture secondo il modello protestante, aprendo inevitabilmente a quella prospettiva soggettivistica e individualistica della fede introdotta da Lutero.
Solo se si tiene conto del difficile e drammatico momento storico in cui ci si trovava, si può comprendere una certa rigidità con cui la Chiesa si è posta nel difendere l’interpretazione di alcuni passi delle Scritture, in cui si faceva riferimento al movimento del sole, commettendo l’errore di suffragare la teoria tolemaica con tali passi. Tuttavia ciò che interessava veramente alla Chiesa era difendere la fede del popolo, evitare cioè che in una situazione così delicata un dibattito ancora aperto investisse scriteriatamente il popolo. Con questo non si vuol dire che l’atteggiamento della Chiesa del tempo sia stato esente da errori, ma che la questione in gioco sia più complessa di quanto evidenziato da quelle ricostruzioni parziali che denigrano la Chiesa come oscurantista.
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Il Papa e le crociate. Qualche "puntino sulle i"
di Massimo Viglione
«Come cristiano, vorrei dire a questo punto: sì, nella storia anche in nome della fede cristiana si è fatto ricorso alla violenza. Lo riconosciamo, pieni di vergogna. Ma è assolutamente chiaro che questo è stato un utilizzo abusivo della fede cristiana, in evidente contrasto con la sua vera natura».
Queste sono le esatte parole che il Santo Padre Benedetto XVI ha pronunciato – nel suo discorso del 27 ottobre u.s. ad Assisi – riguardo il problema della violenza esercitata da cristiani in nome della fede. Le riportiamo con precisione perché tutti sappiamo perfettamente quanto giornali e massmedia siano abilissimi nell’adattare alle loro esigenze le parole e i concetti espressi dai pontefici e perché, anche questa volta, ciò è accaduto in maniera palese.
Ora, come si può notare, in realtà il papa le crociate neanche le nomina, e, soprattutto, non “chiede scusa”: parla di sentimento di vergogna (non è esattamente la stessa cosa…). Certamente però, condanna con fermezza l’uso della violenza da parte di cristiani. E siccome la Crociata era un “pellegrinaggio armato” fatto da cristiani che conduceva al combattimento contro gli infedeli, ergo la conseguenza apparirebbe essere quella della formale condanna della Crociata in sé a prescindere. Ma, è realmente così?
E, soprattutto, potrebbe essere così e in quali termini? Ora, senza entrare negli aspetti più specificamente teologici del problema, ma rimanendo in quelli più modestamente ma anche più appropriatamente storici, occorre fare alcune doverose precisazioni e riflessioni, che meriterebbero ben altro spazio e approfondimento, ma che per necessità ridurrò schematicamente:
1) Fin dai tempi della scuola, gli insegnanti di storia – almeno, quei pochi degni di questo nome – ci hanno ammaestrato sul fatto che l’errore più grande che può commettere uno storico, o anche un qualsiasi uomo che per qualsiasi ragione riflette sulla storia, è quello di giudicare gli uomini, le idee e gli eventi del passato con i criteri che vanno per la maggiore nel presente (e questo a prescindere dall’accettazione spesso e volentieri acritica degli stessi criteri presenti): come se un uomo del XXV secolo ci giudicasse a noi tutti in base alla vita quotidiana e alle esigenze e ideologie del suo tempo;
2) Le crociate (visto che si vuole parlare per forza di crociate) non furono una parentesi – più o meno lunga o breve, più o meno sentita e partecipata – della storia della Cristianità. Se la Prima Crociata è del 1096-1099, se i cristiani hanno tenuto piede militare nei Luoghi Santi per due secoli, in realtà spedizioni crociate sono state pensate, organizzate, e, a volte, anche effettuate, via terra e via mare, fino agli inizi del XVIII secolo. Questa plurisecolare guerra fra religioni non avveniva perché i cristiani erano brutti e cattivi e volevano trucidare tutti i musulmani, che erano buoni e indifesi; né perché i cristiani non avessero altro a cui pensare; né perché non avessero altre guerre interne in cui dare sfogo alla propria violenza innata.
In realtà, questa plurisecolare guerra inizia di gran lunga prima del 1096. Inizia 450 anni prima circa, e per 450 anni, occorre dirlo senza ombra di dubbio storico possibile, chi ha portato la guerra alla Cristianità è stato l’Islam nascente e trionfante. Sono stati i musulmani, vivente ancora Maometto, ha iniziare quella tutti noi conosciamo bene, la Jihad. Conquistarono prima l’Arabia, ancora in gran parte pagana, ma poi anche Gerusalemme e i Luoghi Santi, divenendo così i padroni del Santo Sepolcro; e quindi, dividendosi in due grandi tronconi militari, portarono la guerra a tutta la Cristianità come uno Tzunami incontenibile. Se verso oriente furono in parte bloccati – per il momento – dall’Impero Romano d’Oriente (che vivrà tutti i suoi ultimi secoli di vita combattendo e spegnendosi contro i musulmani), verso occidente travolsero per sempre tutta la Cristianità d’Africa, quindi la cristianità ispanica, e tentarono anche di invadere la Francia (battaglia di Poitiers, 732).
Dopodiché assalirono e occuparono la Sicilia e le grandi isole del Mediterraneo, e, nei secoli successivi, invasero varie zone dell’Italia, della Francia (fino a Lione), perfino della Svizzera. Montecassino venne distrutta, Roma assalita e le basiliche costantiniane di San Paolo e san Pietro date al fuoco (per tal ragione fu costruita la Città Leonina intorno a San Pietro da Papa Leone IV). Un enclave perenne di guerrieri musulmani stava a Castelvolturno, un’altra nella Sabina, e Roma viveva sotto continuo attacco e rischiò di cadere preda dell’Islam (come per altro il Profeta aveva, appunto, “profetizzato”), venendo salvata proprio dalla ripetuta azione militare di vari pontefici.
Per secoli l’Europa mediterranea ha subito le scorrerie dei pirati barbareschi (“mammaliturchi”, la celebre battuta del dialetto romano, nasceva da un tragico grido di terrore ripetuto chissà quante volte nel corso dei secoli): uomini uccisi, donne violate e portate negli harem, bambini rapiti e venduti come schiavi (nei secoli moderni, poi, con i turchi invece venivano fatti crescere musulmani e molti di loro divenivano giannizzeri). Per secoli i pellegrini in Terra Santa vennero massacrati, soprattutto con l’arrivo dei turchi selgiuchidi.
E, se con la fine della crociate si era giunti a una forma di “convivenza” armata con il mondo arabo, tutto precipitò di nuovo – e in maniera ancor più radicale – con l’arrivo dei turchi ottomani, che conquistarono ciò che rimaneva dell’Impero Bizantino nel XV secolo e da allora, fino agli inizi del XVIII secolo, puntarono a più riprese sull’Europa, conquistando gran parte dei Balcani, assediando Vienna per ben due volte, conquistando Cipro, Rodi, e portando l’assedio a Malta (dove vennero respinti dall’eroismo dei Cavalieri, guidati da Jean de la Vallette). Nel corso dei secoli, in mille anni (dal VII al XVIII secolo), quante cristiani vennero assassinati? Quante donne violate e deportate negli harem? Quante città distrutte, vite spezzate, anime costrette all’abiura religiosa? Chi potrà mai farne il conto? Chi potrà mai calcolare l’immenso dolore di questi mille anni?
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Le ferrovie di Pio IX
di Vittorio MESSORI
Può sembrare un argomento marginale, un aneddoto per appassionati di storia. Invece, non lo è. Penso, cioè, alle tre righe che tutti abbiamo trovato sui libri di scuola: i quali quasi sempre, come si sa, si copiano nei contenuti e altrettanto quasi sempre si allineano al pensiero egemone del momento. Ricordo bene quando al liceo trovai la frase che mi incuriosì e che mi confermò nella diffidenza e nella lontananza dalla Chiesa: "L'oscurantismo del cattolicesimo della Restaurazione post-napoleonica si spinse sino a vietare la costruzione, nello Stato Pontificio, di ferrovie, considerate un'invenzione diabolica». E questo bastò a me, e chissà a quanti altri, per considerare il cattolicesimo come uno stolto oltre che pericoloso avversario del "Progresso". Insomma, non è un tema minore, vale la pena di occuparsene.
Poiché, tra l'altro, mi piacciono i treni (ne ho parlato, qualche volta), il loro bando "teologico" dal regno pontificio mi intrigava in modo particolare. Rinviavo sempre, però, l'attuazione del proposito di capire come stessero davvero le cose. Fino a quando, di recente, un'editrice specializzata ha pubblicato il grosso volume di un appassionato dal titolo per me irresistibile: Le ferrovie di Pio IX.
Vediamo, allora, come andò davvero. Cominciando con una cifra precisa: 260. Questo era il numero di chilometri di strade ferrate in tutta Italia nel 1846, quando Pio IX ascese al pontificato. Un'inezia, dunque: come il percorso tra Torino e Brescia, non dimenticando che erano tra l'altro linee a binario unico. Si trattava, comunque, di brevi tronchi non collegati tra loro e spesso costruiti come una sorta di giocattolo del Principe. Così le due prime linee, la Napoli-Portici che permetteva alla corte dei Borboni di raggiungere comodamente e rapidamente il palazzo reale; o come la Milano-Monza, voluta dai vicerè austriaci per raggiungere la reggia brianzola dove vivevano, pur avendo "l'ufficio" in città. In quel 1846, oltre al Lombardo Veneto e alle Due Sicilie, solo il Granducato di Toscana aveva anch'esso un pezzetto di ferrovia. Non ne aveva alcuno - guarda un po'! - quel Regno di Sardegna che ci presenteranno poi come l'avanguardia del progresso in Italia: solo alla fine del 1848 si inaugurò un tronco di pochissimi chilometri, quello tra Torino e Moncalieri (sede, anch'essa, di una reggia dei Savoia) che è un comune confinante con la Capitale e per raggiungere il quale bastavano pochi minuti di diligenza. Soltanto sei anni dopo, nel 1854, Torino sarà collegata a Genova.
Date e cifre precise rivelano dunque che il ritardo dello Stato Pontificio non era così abissale come vogliono farei credere. In ogni caso, il desiderio di Pio IX non solo di recuperare ma di porsi addirittura all'avanguardia tra gli Stati italiani è mostrato dal fatto che soltanto un mese dopo il Conclave nominava una "Commissione per le Strade Ferrate dello Stato di Sua Santità". Che facesse sul serio e non per celia lo dimostra il fatto che la "Commissione" tre mesi dopo pubblicava una Notificazione che è ben nota agli appassionati di cose ferroviarie. Si trattava di un bando di gara per assegnare alle Compagnie private in grado di farlo i lavori per ben mille chilometri di strade ferrate. Quattro volte, dunque, l'estensione a quel momento dell'intera rete della Penisola! Partendo da Roma, quattro linee avrebbero collegato la città alle altre zone d'Italia e all'Europa. Il fervore "ferroviario" nell'Urbe era tale, grazie al dinamismo dell'ancor giovane Papa, che Roma ebbe, dal 1847, un settimanale apposito, La Locomotiva, redatto da tecnici e ingegneri e da sempre ricercatissimo dai collezionisti.
Se gli eventi, poi, non furono pari alle aspettative e occorse aspettare il luglio del 1856 per la prima linea, la Roma-Frascati, non lo si deve di certo alle autorità pontificie. Innanzi tutto, al bando del governo per la concessione delle opere non poté rispondere il capitale locale, troppo debole, concentrato ancora sulla rendita fondiaria e non abituato a correre i rischi di un'impresa industriale. I soli, veri capitalisti, i principi romani, non erano certo inclini a questo tipo di investimento. Ci si rivolse dunque all'estero, ma le Compagnie che si fecero avanti non risposero ai requisiti tecnici richiesti. Anche perchè era difficile pensare a un adeguato ritorno economico costruendo ferrovie in zone dove l'industria era assente, l'economia povera, il traffico scarso. Inoltre non si trattava di stendere binari in pianure come quelle francesi o tedesche o magari padane ma di farsi largo, a suon di gallerie e viadotti spericolati, tra montagne friabili e tormentate come gli Appennini e di tenere per anni migliaia di operai tra le febbri delle Paludi Pontine. Non dimentichiamo, poi, che gli abitanti sotto l'autorità pontificia erano poco più di tre milioni e un terzo di questi era costituito da contadini poveri. C'era poi il problema delle frontiere e delle linee doganali che spezzettavano l'Italia, così che il tempo che si sarebbe guadagnato grazie al vapore lo si sarebbe perso nel controllo dei passaporti e nelle pratiche doganali. Mentre Pio IX e i suoi collaboratori cercavano di risolvere gli enormi problemi, scoppiò la guerra tra Piemonte ed Austria, con l'invio, in un primo tempo, anche di contingenti pontifici. Poi venne la rivoluzione, venne la repubblica mazziniana, venne la fuga del Papa a Gaeta, ospite del re di Napoli.
Al ritorno, nel 1850, il Pontefice trovò non solo una parte dei suoi territori devastata ma anche la bancarotta economica. Le rivoluzioni, come si sa, costano, visto che i rivoluzionari non si occupano di cose mediocri e prosaiche come i bilanci in ordine. La demagogia impone di concedere tutto a tutti, lasciando i debiti a chi verrà dopo. Così avvenne puntualmente anche con il triumvirato di Mazzini, Saffi, Armellini. I "progressisti" che hanno sempre tuonato contro il "malgoverno pontificio" si guardano bene dal ricordare che, in pochi mesi, la cosiddetta Repubblica Romana raddoppiò il debito pubblico, portò l'inflazione al 50 per cento e fece sparire l'oro e l'argento, imponendo il corso forzoso della carta moneta che nessuno voleva. Insomma, la stessa storia degli "assegnati" della Rivoluzione Francese. Da allora, un terzo del bilancio pontificio se ne andò ogni anno per pagare gli interessi sui debiti fatti in tutta Europa ma soprattutto con la banca degli ebrei Rotschild che, oltre a buoni rimborsi, cercavano anche di avere influenza sulle scelte del buon Pio IX. Eppure, nel 1859, quando il Piemonte iniziò un'altra guerra che lo portò all'occupazione illegale della parte settentrionale, la più ricca, dei Domini pontifici, nel 1859, dunque, il cardinal Giacomo Antonelli poteva annunciare che era stato raggiunto il pareggio di bilancio. Un risultato brillante per il quale, puntualmente, non si trova alcuna citazione nei libri di storia. Un risultato, per giunta, cui si giunse nonostante fosse finalmente in svolgimento, da qualche anno e grazie ai sussidi statali, il piano per i mille chilometri di strade ferrate.
Insomma, quando il regno d'Italia si avvicinò alla Roma papale per mettere fine al più antico tra gli Stati italiani, non solo non trovò il deserto ma linee già funzionanti e cantieri in attività. Così le truppe che entreranno poi da Porta Pia erano state trasportate sui binari e sui vagoni dell'irriso, oscurantista Papa-Re.
Quanto a Gregorio XVI, il predecessore di Pio IX, al secolo Bartolomeo Alberto Cappellari e papa tra il 1831 e il 1846, sono ovviamente inventate le storie di scomuniche contro le ferrovie e chi le usava. Quel pontefice aveva una vocazione contemplativa, aveva scelto volontariamente di farsi camaldolese, dunque benedettino di clausura. Aveva 30 anni quando i giacobini del giovane Bonaparte giunsero a Roma e combinarono quanto sappiamo. Dovette assistere impotente alla parabola violenta del potere napoleonico. Il giorno dopo la sua elezione, nel febbraio del 1831, scoppiava a Bologna un’insurrezione che avrebbe poi coinvolto vaste parti dello Stato, tanto che occorse l’intervento dell’Austria per riportare l’ordine. Tutto, insomma, lo portava a diffidare del "mondo nuovo", del quale le ferrovie erano addirittura un simbolo. Tra l'altro, non era certo il solo a temere la pericolosità, anche fisica, di quel mezzo rivoluzionario: pure buona parte della stampa laica metteva in guardia contro i rischi che si correvano ad affidarsi al vapore. Non si dimentichi che la prima corsa pubblica della storia, nell'Inghilterra del 1830, fu funestata da un incidente mortale. Non viene da ambienti romani né cattolici bensì dallo sgomento istintivo del popolo francese il detto divenuto famoso: chemin de fer, chemin d'enfer.
Non era dunque sorprendente che alcuni confessori ammonissero i penitenti, ricordando loro che la tutela non solo dell'altrui ma anche della propria vita è un grave dovere per i cristiani. Ma se Gregorio XVI decise di non costruire ferrovie, fu soprattutto perchè così gli suggerivano i suoi consiglieri che gli dimostravano, a suon di cifre e grafici, che l'economia romana non era in grado di gestire trasporti tanto costosi, che esigevano un rientro impensabile. Come dovette sperimentare poi Pio IX, che si scontrò con il rifiuto degli uomini d'affari di investire i loro capitali.
Si temeva, inoltre, l'invasione di merci straniere con le quali il mercato locale non era in grado di affrontare la concorrenza. Problemi concreti, di politica economica, insomma, non questioni teologiche né chiusure aprioristiche a un progresso al quale, lo abbiamo visto, aderì subito e con entusiasmo papa Mastai Ferretti. Il quale non trovò neppure un chilometro di ferrovia: ma alla pari, lo osservavamo, del re piemontese e di tanti altri sovrani dell'Europa del tempo. Eppure, per essi, nessuno ha parlato, come per lui, di "oscurantismo medievale".