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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLE FEDE
Decreto di Erezione dell'Ordinariato Personale della Cattedra di San Pietro
La legge suprema della Chiesa è la salvezza delle anime. Così, nel corso della storia, la Chiesa ha sempre trovato gli strumenti pastorali e giuridici per prendersi cura del bene dei fedeli.
Con la Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus, promulgata il 4 novembre 2009, il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, ha deliberato l’istituzione di Ordinariati Personali attraverso i quali fedeli anglicani possono entrare, anche corporativamente, in piena comunione con la Chiesa cattolica [1]. Nella stessa data, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha pubblicato le Norme Complementari in relazione a tali Ordinariati [2].
In conformità con quanto è stabilito nell’Art. 1 § 1 e § 2 della Costituzione Apostolica Anglicanorum coetibus, avendo ricevuto richieste da un numero considerevole di fedeli anglicani, ed essendosi consultata con la Conferenza dei Vescovi Cattolici degli Stati Uniti d’America, la Congregazione per la Dottrina della Fede
ERIGE
l’Ordinariato Personale della Cattedra di San Pietro nel territorio della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America.
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COMUNICATO SULLA
NOTA
DELLA
CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
CON INDICAZIONI PASTORALI PER
L’ANNO DELLA FEDE
Con la Lettera apostolica Porta fidei dell’11 ottobre 2011, Benedetto XVI ha indetto un Anno della fede. Esso avrà inizio l’11 ottobre 2012, 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, e terminerà il 24 novembre 2013, Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Con la promulgazione di tale Anno il Santo Padre intende mettere al centro dell’attenzione ecclesiale ciò che, fin dall’inizio del suo Pontificato, gli sta più a cuore: l’incontro con Gesù Cristo e la bellezza della fede in Lui. D’altra parte, la Chiesa è ben consapevole dei problemi che oggi la fede deve affrontare e sente quanto mai attuale la domanda che Gesù stesso ha posto: «Il Figlio dell’uomo, quando tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). Per questo, «se la fede non riprende vitalità, diventando una profonda convinzione ed una forza reale grazie all’incontro con Gesù Cristo, tutte le altre riforme rimarranno inefficaci» (Discorso per la presentazione degli auguri natalizi alla Curia romana, 22 dicembre 2011).
Per incarico di Benedetto XVI, la Congregazione per la Dottrina della Fede ha redatto una Nota con indicazioni pastorali per l’Anno della fede. Tale Nota è stata elaborata in accordo con alcuni Dicasteri della Santa Sede e con il contributo del Comitato per la preparazione dell’Anno della fede. Il Comitato, costituito presso la Congregazione per la Dottrina della Fede per mandato del Santo Padre, annovera fra i suoi membri: i Cardinali William Levada, Francis Arinze, Angelo Bagnasco, Ivan Dias, Francis E. George, Zenon Grocholewski, Marc Ouellet, Mauro Piacenza, Jean-Pierre Ricard, Stanisław Ryłko e Christoph Schönborn; gli Arcivescovi Salvatore Fisichella e Luis F. Ladaria; i Vescovi Mario Del Valle Moronta Rodríguez, Gerhard Ludwig Müller e Raffaello Martinelli.
La Nota, datata 6 gennaio 2012, Solennità dell’Epifania, e che sarà pubblicata il giorno seguente, 7 gennaio, si compone di un’introduzione e di alcune indicazioni pastorali. Nell’introduzione si ribadisce che «l’Anno della fede vuol contribuire ad una rinnovata conversione al Signore Gesù e alla riscoperta della fede, affinché tutti i membri della Chiesa siano testimoni credibili e gioiosi del Signore risorto, capaci di indicare alle tante persone in ricerca la porta della fede».
«L’inizio dell’Anno della fede coincide con il ricordo riconoscente di due grandi eventi che hanno segnato il volto della Chiesa ai nostri giorni: il 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II, voluto dal beato Giovanni XXIII (11 ottobre 1962), e il 20° anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, offerto alla Chiesa dal beato Giovanni Paolo II (11 ottobre 1992)».
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COMUNICATO:
INCONTRO TRA LA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
E LA FRATERNITÀ SACERDOTALE SAN PIO X
14.09.2011
Il 14 settembre 2011 si sono incontrati nella sede della Congregazione per la Dottrina della Fede Sua Eminenza Reverendissima il Cardinale William Levada, Prefetto della medesima Congregazione e Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, Sua Eccellenza Mons. Luis Ladaria, S.I., Segretario della medesima Congregazione, Monsignore Guido Pozzo, Segretario della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, con Sua Eccellenza Mons. Bernard Fellay, Superiore generale della Fraternità sacerdotale San Pio X, ed i Reverendi Niklaus Pfluger e Alain-Marc Nély, rispettivamente primo e secondo Assistente generale della medesima.
In seguito alla supplica indirizzata dal Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale san Pio X il 15 dicembre 2008 a Sua Santità Papa Benedetto XVI, il Santo Padre aveva deciso di rimettere la scomunica ai quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre, e, nel medesimo tempo, di aprire dei colloqui dottrinali con detta Fraternità, al fine di chiarire i problemi di ordine dottrinale e giungere al superamento della frattura esistente.
In ottemperanza alle disposizioni del Santo Padre, una commissione mista di studio, composta da esperti della Fraternità Sacerdotale San Pio X e da esperti della Congregazione per la Dottrina della Fede, si è riunita in otto incontri, che si sono svolti a Roma tra il mese di ottobre 2009 e il mese di aprile 2011. Questi colloqui, che avevano l’obiettivo di esporre e approfondire le difficoltà dottrinali essenziali sui temi controversi, hanno raggiunto lo scopo di chiarire le rispettive posizioni e relative motivazioni.
Anche tenendo conto delle preoccupazioni e delle istanze presentate dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X in ordine alla custodia dell’integrità della fede cattolica di fronte all’ermeneutica della rottura del Concilio Vaticano II rispetto alla Tradizione, di cui ha fatto menzione Papa Benedetto XVI nel Discorso alla Curia Romana (22-XII-2005), la Congregazione per la Dottrina della Fede ritiene come base fondamentale per il conseguimento della piena riconciliazione con la Sede Apostolica l’accettazione del testo del Preambolo Dottrinale che è stato consegnato durante l’incontro del 14 settembre 2011. Tale Preambolo enuncia alcuni principi dottrinali e criteri di interpretazione della dottrina cattolica, necessari per garantire la fedeltà al Magistero della Chiesa e il "sentire cum Ecclesia", lasciando nel medesimo tempo alla legittima discussione lo studio e la spiegazione teologica di singole espressioni o formulazioni presenti nei documenti del Concilio Vaticano II e del Magistero successivo.
Nella stessa riunione, sono stati proposti alcuni elementi di una soluzione canonica per la Fraternità sacerdotale San Pio X, a seguito dell’eventuale e auspicata riconciliazione.
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Joseph Ratzinger, La figlia di Sion. La devozione a Maria nella Chiesa, Editore Jaca Book 1995, EAN 9788816302877, pag. 80, Euro 9,00
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Questo piccolo ma valido libro è il risultato di tre conferenze tenute dall'autore poco prima della sua nomina a cardinale di Monaco. Dopo la lunga crisi della devozione a Maria nella Chiesa, l'intento dell'autore è quello di mostrare che essa può avere fondamento e spazio nella teologia e nella vita spirituale dei cristiani.
Due linee direttive guidano l'opera di Ratzinger. In una prima riflessione egli porta il lettore a scoprire una teologia della donna nel Vecchio Testamento. E' proprio attraverso le grandi figure di donne - Eva, Sara, Rachele, Anna, Ester e Giuditta - che prende concretezza la promessa del Messia. Ovviamente il Vecchio Testamento trova il compimento nel Nuovo, ma questo non vuol dire la dissoluzione della Scrittura, e se Cristo è il nuovo Adamo, Maria è la nuova Eva. La mariologia, conclude Ratzinger, ha un proprio spazio nella teologia e non deve essere considerata una imitazione, quasi un sottoprodotto della cristologia.
In una seconda riflessione l'autore esamina i principali dogmi mariani. In essi è visibile l'unità del vecchio e del nuovo popolo di Dio e, più profondamente, ancora, il mistero di creazione e alleanza. Questo permette ancora un altro passaggio: in Maria, conclude Ratzinger, il Creatore si rivela paradigmaticamente come il Dio che nella forza della sua grazia può suscitare la libera responsabilità dell'amore della sua creatura.
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INTRODUZIONE DEL
CARDINALE JOSEPH RATZINGER
AL
COMPENDIO DEL CATECHISMO DELLA CHIESA CATTOLICA
1. L'11 ottobre del 1992, Papa Giovanni Paolo II consegnava ai fedeli di tutto il mondo il Catechismo della Chiesa Cattolica, presentandolo come «testo di riferimento»1 per una catechesi rinnovata alle vive sorgenti della fede. A trent'anni dall'apertura del Concilio Vaticano II (1962-1965), veniva così portato a felice compimento l'auspicio espresso nel 1985 dall'Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, perché venisse composto un catechismo di tutta la dottrina cattolica sia per la fede che per la morale.
Cinque anni dopo, il 15 agosto del 1997, promulgando l'editio typica del Catechismus Catholicae Ecclesiae, il Sommo Pontefice confermava la finalità fondamentale dell'opera: «Porsi come esposizione completa e integra della dottrina cattolica, che consente a tutti di conoscere ciò che la Chiesa stessa professa, celebra, vive, prega nella sua vita quotidiana»2.
2. Per una maggiore valorizzazione del Catechismo e per venire incontro a una richiesta emersa nel Congresso Catechistico Internazionale del 2002, Giovanni Paolo II istituiva nel 2003 una Commissione speciale, presieduta dal Card. Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, con il compito di elaborare un Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, contenente una formulazione più sintetica dei medesimi contenuti di fede. Dopo due anni di lavoro, fu preparato un progetto di compendio, che fu inviato per la consultazione ai Cardinali e ai Presidenti delle Conferenze Episcopali. Il progetto, nel suo complesso, ha avuto una valutazione positiva da parte della maggioranza assoluta di quanti hanno risposto. La Commissione ha, pertanto, proceduto alla revisione del suddetto progetto, e, tenendo conto delle proposte di miglioramento pervenute, ha approntato il testo finale dell'opera.
3. Sono tre le caratteristiche principali del Compendio: la stretta dipendenza dal Catechismo della Chiesa Cattolica; il genere dialogico; l'utilizzo delle immagini nella catechesi.
Anzitutto, il Compendio non è un'opera a sé stante e non intende in alcun modo sostituire il Catechismo della Chiesa Cattolica: piuttosto, rinvia continuamente ad esso sia con la puntuale indicazione dei numeri di riferimento sia col continuo richiamo alla sua struttura, al suo sviluppo e ai suoi contenuti. Il Compendio, inoltre, intende risvegliare un rinnovato interesse e fervore per il Catechismo, che, con la sua sapienza espositiva e con la sua unzione spirituale, resta pur sempre il testo di base della catechesi ecclesiale oggi.
Come il Catechismo, anche il Compendio si articola in quattro parti, in corrispondenza delle leggi fondamentali della vita in Cristo.
La prima parte, intitolata «La professione della fede», contiene un'opportuna sintesi della lex credendi, e cioè della fede professata dalla Chiesa Cattolica, ricavata dal Simbolo Apostolico, illustrato con il Simbolo niceno-costantinopolitano, la cui costante proclamazione nelle assemblee cristiane mantiene viva la memoria delle principali verità della fede.
La seconda parte, intitolata «La celebrazione del mistero cristiano», presenta gli elementi essenziali della lex celebrandi. L'annuncio del Vangelo trova, infatti, la sua risposta privilegiata nella vita sacramentale. In essa i fedeli sperimentano e testimoniano in ogni momento della loro esistenza l'efficacia salvifica del mistero pasquale, per mezzo del quale Cristo ha compiuto l'opera della nostra redenzione.
La terza parte, intitolata «La vita in Cristo», richiama la lex vivendi e cioè l'impegno che i battezzati hanno di manifestare nei loro comportamenti e nelle loro scelte etiche la fedeltà alla fede professata e celebrata. I fedeli, infatti, sono chiamati dal Signore Gesù a compiere le opere che si addicono alla loro dignità di figli del Padre nella carità dello Spirito Santo.
La quarta parte, intitolata «La preghiera cristiana», offre una sintesi della lex orandi e cioè della vita di preghiera. Sull'esempio di Gesù, il modello perfetto di orante, anche il cristiano è chiamato al dialogo con Dio nella preghiera, una cui espressione privilegiata è il Padre nostro, la preghiera insegnataci da Gesù stesso.
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CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
LETTERA CIRCOLARE AI PRESIDENTI DELLE CONFERENZE EPISCOPALI
SULL'ASSOCIAZIONE OPUS ANGELORUM
2 ottobre 2010
Eminenza / Eccellenza Reverendissima,
trascorsi più di trent’anni da quando si iniziò ad esaminare le particolari teorie professate ed usi seguiti dai membri dell’associazione chiamata Opus Angelorum (Engelwerk), la Congregazione per la Dottrina della Fede ritiene opportuno informare i Membri di codesta Conferenza Episcopale sugli sviluppi intercorsi al riguardo, affinché meglio si possano regolare in materia.
I. Il suddetto esame si concluse con la pubblicazione prima di una Lettera comunicando le decisioni approvate dal Sommo Pontefice il 24 settembre 1983 (AAS 76 [1984], pp. 175-176), e poi del Decreto Litteris diei del 6 giugno 1992 (AAS 84 [1992], pp. 805-806).
Tali documenti disponevano, in sostanza, che i membri dell’Opus Angelorum, nella promozione della devozione verso i SS. Angeli, dovevano conformarsi alla dottrina della Chiesa ed all’insegnamento dei santi Padri e Dottori ed, in particolare, non usare i « nomi » conosciuti dalle presunte rivelazioni private, attribuite alla signora Gabriele Bitterlich, né insegnare, diffondere o utilizzare in alcun modo le teorie provenienti da queste presunte rivelazioni. Inoltre, essi erano richiamati al dovere di osservare strettamente tutte le norme liturgiche, particolarmente quelle relative alla SS. Eucaristia. Con il Decreto del 1992, poi, l’esecuzione di questi provvedimenti veniva affidata ad un Delegato con speciali facoltà nominato dalla Santa Sede, il quale riceveva anche il compito di regolarizzare i rapporti tra l’Opus Angelorum e l’Ordine dei Canonici Regolari della Santa Croce.
Nel corso degli anni da allora trascorsi, detto Delegato, P. Benoît DUROUX, O. P., è riuscito a portare a termine i compiti affidatigli e si può considerare che oggi, grazie all’obbedienza dimostrata dai suoi membri, l’Opus Angelorum vive lealmente e serenamente nella conformità alla dottrina della Chiesa ed alle norme liturgiche e canoniche. Tenendo conto dell’avanzata età di P. Duroux, il 13 marzo 2010 è stato nominato nuovo Delegato P. Daniel OLS, O.P., con le stesse competenze delineate nel suddetto Decreto del 6 giugno 1992.
Questa normalizzazione si vede, in particolare, nei seguenti elementi. Il 31 maggio 2000, questa Congregazione ha approvato la formula di una consacrazione ai SS. Angeli per l’Opus Angelorum. Poi, con il parere positivo di questo Dicastero, la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica ha approvato lo « Statuto dell’Opus Sanctorum Angelorum », nel quale, fra l’altro, vengono definiti i rapporti fra l’Opus Angelorum e l’Ordine dei Canonici Regolari della S. Croce.
Secondo questo Statuto, l’Opus Angelorum è una associazione pubblica della Chiesa cattolica con personalità giuridica a norma del can. 313 CIC; è congiunto all’Ordine dei Canonici Regolari della S. Croce a norma del can. 677, § 2 CIC e posto sotto la direzione di detto Ordine in conformità con il can. 303 CIC. D’altra parte, le Suore della S. Croce hanno visto le loro Costituzioni approvate dall’Ecc.mo Vescovo d’Innsbruck. Infine, l’Ordine dei Canonici Regolari della S. Croce, il cui governo centrale era stato nominato il 30 ottobre 1993 dalla Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, all’inizio del 2009 ha potuto eleggere il proprio Superiore generale e i membri del Consiglio generalizio.
Così come si presenta oggi, l’Opus Angelorum è, quindi, un’associazione pubblica della Chiesa in conformità con la dottrina tradizionale e le direttive della Suprema Autorità, diffonde la devozione nei riguardi dei SS. Angeli tra i fedeli, esorta alla preghiera per i sacerdoti, promuove l’amore per Cristo nella Sua passione e l’unione ad essa. Non sussiste quindi alcun ostacolo di ordine dottrinale o disciplinare a che gli Ordinari locali accolgano nelle loro diocesi tale associazione e favoriscano il suo sviluppo.
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Lettera del Cardinale Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede,
al cardinale Siri, arcivescovo di Genova
Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede.
Prot. N. 144/58.
Roma 31 gennaio 1985.
Eminenza reverendissima, con lettera del 18 maggio pp, il Reverendo...chiedeva a questa Sacra Congregazione, una chiarificazione circa gli scritti di Maria Valtorta, raccolti sotto il titolo: "Il Poema dell'Uomo Dio", e se esisteva una valutazione del Magistero della Chiesa sulla pubblicazione in questione con il corrispettivo riferimento bibliografico.
In merito mi pregio significare all'Eminenza Vostra - la quale valuterà l'opportunità di informare il reverendo ... - che effettivamente l'opera in parola fu posta all'Indice il 16 Dicembre 1959 e definita da l'osservatore Romano del 6 gennaio 1960, "Vita di Gesù malamente romanzata". Le disposizioni del decreto vennero ripubblicate con nota esplicativa ancora su l'Osservatore Romano del 1 Dicembre 1961, come rilevabile dalla documentazione qui allegata.
Avendo poi alcuni ritenuta lecita la stampa e la diffusione dell'Opera in oggetto, dopo l'avvenuta abrogazione dell'Indice, sempre su l'Osservatore Romano (15 Giugno 1966) si fece presente quanto pubblicato su A.A.S. (1966) che, benché abolito, l' Index conservava tutto il suo valore morale, per cui non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un'Opera la cui condanna non fu presa alla leggiera ma dopo ponderate motivazioni al fine di neutralizzare i danni che tale pubblicazione può arrecare ai fedeli più sprovveduti.
Grato di ogni sua cortese disposizione in proposito, profitto dell'occasione per confermarmi con sensi di profonda stima dell'Eminenza vostra reverendissima.
Dev.mo Joseph Cardinale Ratzinger.
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In libreria "Youcat - Sussidio al catechismo della Chiesa cattolica per i giovani" con introduzione di Benedetto XVI
La prefazione di Benedetto XVI a «Youcat», sussidio al Catechismo in vista della Gmg di Madrid
Quel libro che parla del nostro destino
Pubblichiamo il testo integrale della prefazione scritta da Benedetto XVI a Youcat, sussidio al Catechismo della Chiesa cattolica destinato ai giovani, in vista della Gmg 2011 di Madrid. Una copia sarà infatti nello zaino del pellegrino che i ragazzi di tutto il mondo porteranno nella capitale spagnola dal 16 al 21 agosto prossimi. L'edizione in lingua italiana sarà pubblicata dall'editrice Città Nuova.
Cari giovani amici! Oggi vi consiglio la lettura di un libro straordinario.
Esso è straordinario per il suo contenuto ma anche per il modo in cui si è formato, che io desidero spiegarvi brevemente, perché si possa comprenderne la particolarità. Youcat ha tratto la sua origine, per così dire, da un'altra opera che risale agli anni '80.
Era un periodo difficile per la Chiesa così come per la società mondiale, durante il quale si prospettò la necessità di nuovi orientamenti per trovare una strada verso il futuro. Dopo il Concilio Vaticano II (1962-1965) e nella mutata temperie culturale, molte persone non sapevano più correttamente che cosa i cristiani dovessero propriamente credere, che cosa insegnasse la Chiesa, se essa potesse insegnare qualcosa tout court, e come tutto questo potesse adattarsi al nuovo clima culturale.
Il Cristianesimo in quanto tale non è superato? Si può ancora oggi ragionevolmente essere credenti? Queste sono le domande che ancora oggi molti cristiani si pongono. Papa Giovanni Paolo II si risolse allora per una decisione audace: decise che i vescovi di tutto il mondo scrivessero un libro con cui rispondere a queste domande.
Egli mi affidò il compito di coordinare il lavoro dei vescovi e di vegliare affinché dai contributi dei vescovi nascesse un libro -- intendo un vero libro, e non una semplice giustapposizione di una molteplicità di testi.
Questo libro doveva portare il titolo tradizionale di Catechismo della Chiesa Cattolica, e tuttavia essere qualcosa di assolutamente stimolante e nuovo; doveva mostrare che cosa crede oggi la Chiesa Cattolica e in che modo si può credere in maniera ragionevole. Rimasi spaventato da questo compito, e devo confessare che dubitai che qualcosa di simile potesse riuscire. Come poteva avvenire che autori che sono sparsi in tutto il mondo potessero produrre un libro leggibile?
Come potevano uomini che vivono in continenti diversi, e non solo dal punto di vista geografico, ma anche intellettuale e culturale, produrre un testo dotato di un'unità interna e comprensibile in tutti i continenti?
A questo si aggiungeva il fatto che i vescovi dovevano scrivere non semplicemente a titolo di autori individuali, ma in rappresentanza dei loro confratelli e delle loro Chiese locali.
Devo confessare che anche oggi mi sembra un miracolo il fatto che questo progetto alla fine sia riuscito. Ci incontrammo tre o quattro volte all'anno per una settimana e discutemmo appassionatamente sulle singole porzioni di testo che nel frattempo si erano sviluppate.
Come prima cosa si dovette definire la struttura del libro: doveva essere semplice, perché i singoli gruppi di autori potessero ricevere un compito chiaro e non dovessero forzare in un sistema complicato le loro affermazioni. È la stessa struttura di questo libro; essa è tratta semplicemente da un'esperienza catechetica lunga di secoli: che cosa crediamo / in che modo celebriamo i misteri cristiani / in che modo abbiamo la vita in Cristo / in che modo dobbiamo pregare. Non voglio adesso spiegare come ci siamo scontrati nella grande quantità di domande, fino a che non ne risultò un vero libro. In un'opera di questo genere molti sono i punti discutibili: tutto ciò che gli uomini fanno è insufficiente e può essere migliorato, e ciononostante si tratta di un grande libro, un segno di unità nella diversità. A partire da molte voci si è potuto formare un coro poiché avevamo il comune spartito della fede, che la Chiesa ci ha tramandato dagli apostoli attraverso i secoli fino ad oggi.
Perché tutto questo?
Già allora, al tempo della stesura del ccc, dovemmo constatare non solo che i continenti e le culture dei loro popoli sono differenti, ma anche che all'interno delle singole società esistono diversi «continenti»: l'operaio ha una mentalità diversa da quella del contadino, e un fisico diversa da quella di un filologo; un imprenditore diversa da quella di un giornalista, un giovane diversa da quella di un anziano.
Per questo motivo, nel linguaggio e nel pensiero, dovemmo porci al di sopra di tutte queste differenze, e per così dire cercare uno spazio comune tra i differenti universi mentali; con ciò divenimmo sempre più consapevoli di come il testo richiedesse delle «traduzioni» nei differenti mondi, per poter raggiungere le persone con le loro differenti mentalità e differenti problematiche.
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Card. Ratzinger: "Scrutando i segni dei tempi abbiamo visto che il nostro primo dovere in questo momento storico è annunciare il Vangelo di Cristo..."
Nuova edizione della raccolta "L'elogio della coscienza. La Verità interroga il cuore" di Joseph Ratzinger
Dobbiamo innanzitutto parlare di Dio
di JOSEPH RATZINGER
Scrutando i segni dei tempi abbiamo visto che il nostro primo dovere in questo momento storico è annunciare il Vangelo di Cristo, poiché il Vangelo è vera fonte di libertà e di umanità.
Il Signore stesso indica il nucleo di questo annuncio con parole brevissime, che devono essere il cuore di ogni evangelizzazione.
All’inizio della sua vita pubblica Cristo riassume così l’essenza del suo Vangelo: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1, 15).
Ma il regno di Dio non è un luogo o un tempo, né una struttura del mondo che noi dobbiamo escogitare e realizzare.
Il regno di Dio è Dio stesso, che si fa vicino a noi, si comunica a noi, si rende unito a noi, per regnare in noi. Annunziare il regno di Dio altro non è se non annunziare Dio vivo e vero. Chi non conosce Dio non conosce l’uomo, e chi dimentica Dio distrugge l’umanità dell’uomo, ignorando la sua vera dignità e grandezza. Per questo sant’Ireneo dice: «Se Dio venisse meno del tutto all’uomo, l’uomo cesserebbe di essere», introducendo così quella famosa dichiarazione dell’umanesimo cristiano, che viene citata spesso, ma a metà: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è vedere Dio» (Adversus haereses, IV 20, 7).
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Fetched: May 28, 2011, 9:51am CEST
Perchè sono ancora nella Chiesa
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Da Joseph Ratzinger
(Papa Benedetto XVI)
"Perchè siamo ancora nella Chiesa",
Rizzoli 2008
PERCHE’ SONO ANCORA NELLA CHIESA
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In queste considerazioni è già data la risposta di principio alla domanda che ci siamo posti: sono nella Chiesa perché credo che, ora come prima e a prescindere da noi, dietro la “nostra Chiesa” vive la “ Sua Chiesa”, e che io non posso stare vicino a Lui se non rimanendo vicino e dentro la Sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia nostra, bensì proprio “Sua”.
In termini molto concreti: malgrado tutte le sue debolezze umane, è la Chiesa che ci dà Gesù Cristo e solo grazie a essa noi possiamo riceverlo come una realtà viva, potente, che mi sfida e mi arricchisce qui e ora. Henri De Lubac ha espresso così questa circostanza: “Coloro che accettano ancora Gesù pur rifiutando la Chiesa, non sanno che in ultima analisi è da questa che essi ricevono Cristo? […] Gesù è per noi una persona viva; eppure senza la continuità visibile della sua Chiesa, sotto quale cumulo di sabbia non sarebbero stati sepolti non soltanto il suo nome e il suo ricordo, ma anche la sua influenza vitale, l’efficacia del vangelo e della fede nella sua divina persona? […] “Senza la Chiesa Cristo dovrebbe darsi alla fuga , disgregarsi, scomparire. E che cosa sarebbe l’umanità se si togliesse Cristo?”.
Questa ammissione elementare deve essere posta all’inizio: per quanto ci sia o ci sia stata infedeltà nella Chiesa, per quanto sia vero che essa ha costantemente bisogno di misurarsi su Gesù Cristo, non vi è alcuna contrapposizione definitiva tra Cristo e la Chiesa.
E’ attraverso la Chiesa che egli rimane vivo, superando la distanza della storia, ci parla oggi, ci è oggi vicino come nostro maestro e Signore , come nostro fratello che ci rende fratelli. Soltanto la Chiesa, dandoci Gesù Cristo, rendendolo vivo e presente nel mondo, facendolo rinascere continuamente nella fede e nelle preghiere degli uomini, dà all’umanità una luce, un sostegno e un criterio, senza i quali il mondo non sarebbe più concepibile.
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Fetched: May 21, 2011, 11:23am CEST
L'altare della Cattedra di San Pietro a Roma
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L'altare della Cattedra di San Pietro a Roma
J. Card. Ratzinger
(da Immagini di speranza, San paolo 1999)
Chi, dopo aver percorso tutta la grandiosa navata centrale della basilica di San Pietro giunge finalmente all'altare che chiude l'abside, potrebbe aspettarsi una raffigurazione trionfale di san Pietro, sulla cui tomba è stata costruita questa chiesa. E invece nulla di ciò: la figura dell'Apostolo non appare tra le opere scultoree di questo altare. Al suo posto ci troviamo davanti a un trono vuoto, che sembra quasi librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro figure dei grandi Padri della Chiesa d'Occidente e d'Oriente. La luce tenue, che giunge sul trono, proviene dalla finestra sovrastante, che è circondata da angeli sospesi nell'aria, che, a loro volta, conducono il flusso della luce verso il basso.
Che significato può avere questo complesso scultoreo? Che cosa ci dice? Mi pare che esso racchiuda una profonda interpretazione dell' essenza della Chiesa e, con essa, un'interpretazione del magistero petrino. Cominciamo dalla finestra, che con i suoi tenui colori raccoglie ciò che sta all'interno e lo apre verso l'esterno e verso l'alto. Essa collega la Chiesa con la creazione nella sua totalità; mediante la rappresentazione della colomba dello Spirito Santo interpreta Dio come la vera fonte di ogni luce. Ma ci dice anche un'altra cosa: la Chiesa stessa è, nella sua essenza, una finestra, lo spazio in cui il mistero trascendente di Dio si fa incontro al nostro mondo; essa rappresenta il farsi trasparente del mondo allo splendore della sua luce. La Chiesa non esiste per se stessa, non è una fine, ma un inizio che rinvia oltre sé e al di sopra di noi. Essa corrisponde alla propria essenza nella misura in cui diventa trasparente per l'altro da cui proviene e a cui conduce. Attraverso la finestra della sua fede, Dio entra in questo mondo e desta in noi il desiderio di ciò che è più grande. La Chiesa è arrivo e partenza: di Dio verso di noi, di noi verso Dio. Il suo compito è spalancare oltre se stesso un mondo che si chiude in se stesso, donargli quella luce senza la quale esso sarebbe inabitabile.
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Fetched: March 26, 2011, 10:11am CET
Il ministero sacerdotale
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Il ministero sacerdotale
Fondamento e centro del sacerdozio cristiano è la croce
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Per meglio valutare le notizie, apparse su molti media, secondo le quali proprio in quell'anno il professor Ratzinger si sarebbe pronunciato a favore del celibato volontario per i sacerdoti, proponiamo l'articolo di Joseph Ratzinger pubblicato su «L'Osservatore Romano» del 28 maggio 1970.
Va rilevato che il Memorandum in vista di una discussione circa il celibato del 9 febbraio 1970 - questo è il documento tornato al centro dell'attenzione - fu steso dal discusso e ambiguo pensatore gesuita Karl Rahner.
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La questione del ministero sacerdotale nella Chiesa è diventata improvvisamente un problema scottante. Esiste legittimamente il sacerdozio sacramentale? O si fonda soltanto su un malinteso, su una ricaduta nelle strutture precristiane? Non dovrebbe la Chiesa, propriamente parlando, essere costituita carismaticamente? E la questione circa l'esistenza e il numero degli uffici, non dovrebbe essere risolta fondandosi soltanto sulle esigenze sociologiche? Molte cose sembrano giustificare queste domande: le grandi lettere paoline si indirizzano direttamente alle comunità; trattano dei carismi; ma sembrano ignorare i soggetti dell'ufficio sacerdotale propriamente detto.
La lettera agli Ebrei parla con insistenza della singolarità del sacerdozio di Gesù Cristo, che sembra escludere definitivamente ogni sacerdozio particolare nella Chiesa della nuova Alleanza; infine in nessun posto del Nuovo Testamento vengono designati i soggetti dell'ufficio nella Chiesa con il nome sacerdos. Si può dunque capire che nel momento stesso in cui si inizia a leggere il Nuovo Testamento prescindendo dal commento vivente della storia della Chiesa, nella sua genuinità si accende una inquietudine e la questione circa la legittimità e il senso del servizio sacerdotale nella Chiesa si fa addirittura acutamente dolorosa.
Si potrebbe subito obiettare che non ha senso leggere il Nuovo Testamento senza tenere conto della Chiesa vivente nella quale esso è cresciuto e dalla quale venne riconosciuto come norma lungo una non sempre facile e contestata storia. Di qui sorgerebbe il complesso problema di come sia possibile intendere la Bibbia in senso esatto e quali presupposti scientifici e spirituali a tale scopo si richiedono.
Ma questo ampio contesto può essere qui soltanto accennato, per rendersi conto che una lettura della Bibbia senza alcun presupposto (com'è del resto la lettura di qualsiasi testo storico) non può esistere. Le ricostruzioni del passato che pretendono di essere genuine, non rispecchiano mai soltanto quello che era, ma sono sempre anche l'espressione delle idee e dei desideri di una determinata epoca. Ad ogni modo, la crisi contemporanea dovrebbe spronarci ad ascoltare con una vigilanza nuova il messaggio delle origini per lasciarci da esso di nuovo fecondare e guidare.
Cosa dice realmente il Nuovo Testamento sulla questione del sacerdozio? Esistono su questo tema innumerevoli studi in svariate direzioni; e qui, nello spazio di un breve articolo, non si può far altro che tentare di accennare ad alcuni punti cardinali.
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Fetched: February 19, 2011, 9:52am CET
La teologia della liturgia
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Con il consenso del cardinale Joseph Ratzinger, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblichiamo il testo della conferenza che gli ha tenuto nel monastero di Fontgombault, nel luglio 2001. Il cardinale Ratzinger affrontaatgomenti di esegesi e di teologia, analizza l'eclissi nel sentire comune della nozione di "sacrificio" eucaristico e mostra che il concetto di sacrifio, se bene inteso, apre l'accesso alla comprensione globale del culto cristiano e della liturgia e ci immette in quella realtà immensa che è nel cuore del messaggio della croce e della Risurrezione.
(da: IL TIMONE N. 22 - ANNO IV - Novembre/Dicembre 2002 - pag. 32 - 40)
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Il Concilio Vaticano II definisce la liturgia come l'opera del Cristo sacerdote e del suo corpo che è la Chiesa" (Sacrosanctum Con cilium , n. 7).
L'opera di Gesù Cristo è designata nello stesso testo come l'opera della redenzione che il Cristo ha compiuto in modo particolare attraverso il mistero pasquale della Sua passione, della Sua Resurrezione dai morti e della Sua gloriosa ascensione. Ton questo mistero, morendo, ha distrutto la nostra morte e. risorgendo, ha restaurato la vita" (Sacrosanctum Concilium, n. 5).
A prima vista, in queste due frasi la parola "opera del Cristo" sembra utilizzata in due distinti significati. L'opera del Cristo designa in primo luogo le azioni redentrici storiche di Gesù, la Sua morte e la Sua Resurrezione; d'altra parte si definisce "opera del Cristo" la celebrazione della liturgia. In realtà, i due significati sono inseparabilmente legati: la morte e la Resurrezione, il mistero pasquale non sono soltanto awenimenti storici esteriori. Per la Resurrezione, questo appare molto chiaramente.
Raggiunge e penetra la storia, ma la trascende in un doppio senso; non è l'azione di un uomo bensì una azione di Dio, e conduce in tal modo Gesù risuscitato oltre la storia, là dove siede alla destra del Padre.
Neanche la croce è una semplice azione umana.
L'aspetto puramente umano è presente nelle persone che condussero Gesù alla croce. Per Gesù, la croce non è un'azione, ma una passione, e una passione dle significa che Egli è un tutt'uno con la volontà divina, un'unione della quale l'episodio dell'Orto 1 degli Ulivi ci fa vedere l'aspetto drammatico.
Così la dimensione passiva della Sua messa a morte ! si trasforma nella dimensione attiva dell'amore: la morte diventa abbandono di se stesso al Padre per gli uo: mini. In questo modo l'orizzonte si estende, qui corne nella Resurrezione, ben al di là del puro aspetto umano e ben al di là del puro fatto di essere stato crocifisso e di essere morto.
Il linguaggio della fede ha chiamato mistero questa eccedenza riguardo al mero istante storico e ha condensato nel termine mistero pasquale il nocciolo più intimo dell'avvenimento redentore. Se possiamo dire da allora in poi che il mistero pasquale costituì il nocciolo dell'opera di Gesù, il rapporto con la liturgia è già patente; è precisamente questa opera di Gesù che è il vero contenuto della liturgia.
Tramite questa, con la fede e la preghiera della Chiesa, l'opera di Gesù raggiunge continuamente la storia per penetrar/a.
Nella liturgia il puro istante storico è così trasceso di nuovo ed entra nell'azione divino-umana permanente della redenzione. In questa Cristo è il vero soggetto: è l'opera del Cristo, ma in essa Egli attira a sé la storia, precisamente in questa azione che è illuogo della nostra salvezza.
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Fetched: January 9, 2011, 2:48pm CET
Alcune sentenze ed errori insorgenti sull’interpretazione del Concilio Vaticano
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SACRA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali
circa alcune sentenze ed errori insorgenti
sull’interpretazione dei decreti
del Concilio Vaticano II
Giacché il Concilio Ecumenico Vaticano II, da poco felicemente concluso, ha promulgato sapientissimi Documenti, sia in materia dottrinale sia in materia disciplinare, allo scopo di promuovere efficacemente la vita della chiesa, a rutto il popolo di Dio incombe il grave dovere di impegnarsi con ogni sforzò alla attuazione di quanto, sotto l'influsso dello Spirito Santo, è stato solennemente proposto o decretato da quella universale assemblea di vescovi presieduta dal sommo pontefice.
Spetta alla Gerarchia il diritto e il dovere di vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento iniziato dal Concilio, in maniera che i Documenti e i Decreti conciliari siano rettamente interpretati e vengano attuati con la più assoluta fedeltà al loro valore ed al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai Vescovi, giacché essi, con a Capo Pietro, hanno il mandato di insegnare con autorità. Lodevolmente molti Pastori hanno già cominciato a spiegare come si conviene la dottrina del Concilio.
Tuttavia bisogna confessare con dolore che da varie parti son pervenute notizie infauste circa abusi che vanno prendendo piede nell'interpretare la dottrina conciliare, come pure di alcune opinioni peregrine ed audaci qua e là insorgenti, con non piccolo turbamento di molti fedeli. Sono degni di lode gli studi e gli sforzi per investigare più profondamente la verità, distinguendo onestamente tra ciò che è materia di fede e ciò che è opinabile; ma dai documenti esaminati da questa Sacra Congregazione risulta trattarsi di non poche affermazioni, le quali oltrepassando facilmente i limiti dell’ipotesi o della semplice opinione, sembrano toccare in certa misura lo stesso dogma ed i fondamenti della fede.
Conviene, a titolo di esempio, accennare ad alcune di tali opinioni ed errori, così come risultano dai rapporti di persone competenti e da scritti pubblicati.
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Fetched: December 25, 2010, 8:55am CET
Nota sulla banalizzazione della sessualità