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La dottrina sociale della Chiesa: princìpi, criteri e direttive
di Giovanni Cantoni
1. La morale sociale nel "Catechismo della Chiesa Cattolica"
La dottrina sociale della Chiesa — il corpo dottrinale in progress, "fabbrica" destinata a chiudersi alla fine dei tempi, di cui sono note le grandi linee e le fondamenta, che si viene costituendo nel corso della storia a opera della Gerarchia e sulla base dell’elaborazione delle scienze umane soprattutto in risposta alle sollecitazioni delle diverse società umane — comporta tre aree: princìpi di riflessione, criteri di giudizio e direttive di azione. Essa ha trovato una ricostruzione e un’esposizione compendiose di particolare rilevanza magisteriale nel Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato da Papa Giovanni Paolo II nel 1992, come strumento valido e legittimo della comunione ecclesiale e come norma sicura per l’insegnamento della fede, per la catechesi, cioè per l’attività attraverso la quale la Chiesa, in tutte le sue articolazioni, fa eco alla Sacra Scrittura, alla Tradizione apostolica, al Magistero ecclesiastico proclamando i "diritti dell’uomo" senza anteporli ai "diritti di Dio", dei quali si deve riconoscere e rispettare il primato, non solo come fonti di precisi doveri corrispondenti, ma anche come fondamenta e garanzie dei primi.
2. Princìpi di riflessione
I princìpi di riflessione della dottrina sociale naturale e cristiana sono costituiti dal primato della persona umana, dal principio di sussidiarietà e da quello di solidarietà.
Quanto all’uomo, se ne afferma la naturale socialità e si indica il fondamento della sua grandezza nell’esser stato creato a immagine e somiglianza di Dio, sì che la dimensione stessa di tale grandezza è la gloria di Dio: "La gloria di Dio — scrive sant’Ireneo di Lione, un Padre della Chiesa, di lingua greca, del secolo II — è l’uomo vivente, ma la vita dell’uomo è la contemplazione di Dio" (Adversus haereses 4, 20, 7); l’uomo è posto al centro del mondo delle creature visibili e invisibili, tutte ricolme della gloria del Creatore e che ne proclamano la gloria, sì che, attraverso la storia del cosmo visibile e invisibile, s’innalza, come un Tempio immenso, un abbozzo del Regno eterno di Dio.
Nell’esecuzione di quest’opera, in base al principio di sussidiarietà, l’uomo deve esser messo in condizioni di realizzare e all’uomo si deve domandare che realizzi tutte le proprie potenzialità prima di auspicare e di richiedere l’intervento di altri uomini a soddisfare le sue esigenze naturali — cioè derivanti dalla sua natura sociale, che lo rende strutturalmente bisognoso dell’aiuto di altri —, sia a integrare le deficienze dovute alle conseguenze del peccato originale. Questo rapporto fra il singolo e la società come insieme di altri uomini è modello anche per le relazioni fra i diversi corpi sociali intermedi, a partire dalla società matrimoniale, da quella familiare e oltre, fino alla comunità delle nazioni.
Ancora: nell’esecuzione di quest’opera il vantaggio spirituale e materiale del singolo uomo dev’essere perseguito in armonia con il vantaggio dell’umanità come insieme di tutti gli uomini — è il principio di solidarietà —, cioè nella prospettiva del bene comune di ogni società e della società universale inteso come insieme delle condizioni che, ai diversi livelli e nelle diverse situazioni, garantiscono e favoriscono le migliori situazioni di vita di ogni singolo, quindi la realizzazione sociale della gloria di Dio.
I princìpi evocati trovano la loro codificazione nella regolamentazione dei rapporti con Dio dell’uomo e della società che forma e di cui vive, implicito commento alla prima tavola del decalogo che appunto li prevede nei primi tre comandamenti; quindi nell’implicito commento alla seconda tavola della stessa legge, che riguarda le relazioni fra gli uomini e degli uomini con i beni.
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Giustizia e disuguaglianza cristiana
Per una definizione di "destra" e di "sinistra"
Il quotidiano della sera brasiliano Jornal da Tarde del 9-6-1979 ha accolto diversi contributi di uomini di pensiero e di cultori di scienze politiche, allo scopo di illuminare - se possibile - i concetti di "destra" e di "sinistra", in uso, a ogni proposito, nel linguaggio corrente. Offriamo ai nostri lettori la traduzione dell'intervento del professor Plinio Corrêa de Oliveira, presidente del consiglio nazionale della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradiçâo, Familia e Propiedade (TFP), comparso con il titolo A justicia stá na desigualdade cristâ.
E' corrente l'uso dei vocaboli "destra" e "sinistra" per qualificare posizioni assunte sui più svariati temi: fondamentalmente su questioni politiche, sociali o economiche, ma anche su modi di sentire o di essere, come pure in letteratura, a proposito delle arti, ecc.
Un esame dei diversi significati di questi termini mostra, subito a prima vista, un caos tale da far dire a molti osservatori che quei vocaboli hanno perso qualsiasi valore come etichette qualificanti atteggiamenti ideologici, culturali o morali.
Nonostante il talento, la cultura e la influenza propagandistica di molti di coloro che già da tempo pensano in questo modo, "destra" e "sinistra" rimangono tuttavia parole di uso corrente e, si direbbe, indispensabili per chi svolga abitualmente analisi ideologiche.
Questo fatto sembra provare che, nel cuore di esse, vi è qualcosa di sostanziale e di veramente significativo. Persino di insostituibile, almeno fino a quando l'uso comune non consacrerà altri vocaboli che li sostituiscano.
Mi propongo di analizzare in questa sede questo "qualcosa di sostanziale", per verificare con i lettori se il mio modo di sentire corrisponde al loro, cioè a quello del grande pubblico. Lo farò molto riassuntivamente, date le naturali limitazioni di questo studio giornalistico.
l. "Sinistra", ugualitarismo, liberalismo e anarchismo
Comincio facendo notare che, nel significato di queste due parole correlate, non tutto è impreciso. In esso vi è una zona chiara. Avendola definita, sarà possibile trovare, de proche en proche, il bandolo della matassa che conduce, attraverso i significati meno chiari, fino a una spiegazione finale su quanto vogliono dire "destra" e "sinistra".
La zona chiara è nella parola "sinistra". Di fronte alla triade della Rivoluzione francese, ancora oggi l'opinione generale non esita a qualificare come perfettamente e compiutamente di sinistra chi si dichiari a favore non di una libertà, di una uguaglianza e di una fraternità qualsiasi, ma della libertà totale, della uguaglianza totale e anche della fraternità totale. Insomma, chiunque sia un anarchico, nel senso etimologico e radicale della parola (dal greco an privativo, e arché, governo), con o senza una connotazione di violenza o di terrorismo. Gli uomini di "sinistra" moderati qualificano come utopistico ("purtroppo utopistico", sono soliti dire) il sogno del loro correligionario integrale. Tuttavia nessuno di essi negherà la piena autenticità di "sinistra" di questa utopia.
In funzione di questo marchio di sinistrismo assoluto è facile discernere come - all'interno della scala di valori di "sinistra" - un programma o un metodo può essere qualificato come più o meno di "sinistra". Cioè sarà tanto più o tanto meno di "sinistra", quanto più si avvicinerà o si allontanerà dall'"an-archismo" totale.
Così, per esempio, il socialista è tanto più di "sinistra" quanto più è effettiva e generale la uguaglianza che rivendica. E sarà integralmente di "sinistra" chi rivendicherà la uguaglianza totale.
Analoga affermazione si deve fare in relazione a un altro "valore" della triade del 1789. Mi riferisco in modo particolare al liberalismo politico. Esso sarà tanto più di "sinistra", quanto più reclamerà la libertà totale.
Ben inteso, vi sono certe contraddizioni tra socialismo e liberalismo. E questo fatto porta a facili obiezioni contro quanto ho appena affermato. Così, il totalitarismo economico distrugge facilmente la libertà politica. E viceversa. Ma questa contraddizione esiste solamente nelle tappe intermedie che non sono ancora l'anarchismo totale, benché predispongano a esso. Intatti, si può giungere a quest'ultimo tanto attraverso una libertà assoluta, quanto - e principalmente - attraverso una uguaglianza assoluta. La libertà assoluta favorisce l'offensiva generale di quanti sono o hanno meno, contro quanti sono o hanno di più. E, a sua volta, la uguaglianza completa comporta la negazione di ogni autorità, e quindi di ogni legge. Queste due vie così diverse non sono parallele che si incontrano all'infinito. Per quanto siano contraddittorie nella pratica del moderato qualunque di oggi, convergono verso il punto finale "an-archico", nel quale sia l'uno che l'altra si incontrano e si completano.
Così, è certo che, secondo la opinione generale, il sinistrismo ha il suo punto omega e la sua scala di "valori" ben definiti.
2. "Destra" e disuguaglianza cristiana
La questione sta nel sapere se li ha, in modo corrispondente, la "destra".
A questo proposito, la confusione è innegabile. Senza giungere, però, a tagliare il filo conduttore che, analogamente a quanto accade con la "sinistra", porta, de proche en proche, a una classificazione delle sottili sfumature del destrismo.
Le parole "destra" e "sinistra" sono sorte nel vocabolario politico, sociale ed economico dell'Europa del secolo XIX. Il sinistrismo era una partecipazione ideologica del pensiero e dell'opera di qualcosa di ancora recente e di sufficientemente definito nelle sue linee generali, cioè della Rivoluzione francese. La "sinistra" non era solamente una negazione vulcanica di una tradizione che pareva morta, ma anche e sempre di più l'affermazione di un futuro che si sarebbe detto fatale. Di fronte alla Rivoluzione schiacciante, la "destra" si definì solamente a poco a poco, in modo incerto e contraddittorio (1).
Definendosi come un anti-sinistrismo, e a fortiori come un anti-anarchismo, che cosa avrebbe dovuto essere, a completo rigore di logica, la "destra"?
Come ho già detto, è nella essenza dell'anarchismo totale l'affermazione secondo cui ogni e qualsiasi disuguaglianza è ingiusta. Così, quanto minore è la disuguaglianza, tanto minore è la ingiustizia. La libertà è cara all'anarchismo precisamente perché l'autorità è in sé stessa una negazione della uguaglianza.
Il destrismo afferma, quindi, che, in sé stessa, la disuguaglianza non è ingiusta. Che, in un universo nel quale Dio ha creato tutti gli esseri disuguali, compresi e soprattutto gli uomini, la ingiustizia sta nell'imposizione di un ordine di cose diverso da quello che Dio, per ragioni altissime, ha fatto disuguale (2).
Così, la giustizia consiste nella disuguaglianza.
Da questa verità di base - bisogna ricordarlo di passaggio - non si deduce che la giustizia è tanto più perfetta, quanto maggiore è la disuguaglianza. In materia di sinistrismo, è logica l'affermazione antitetica (quanto minore la disuguaglianza, tanto minore la ingiustizia). E' chiarissima la asimmetria tra la prospettiva di "sinistra" e quella di "destra".
Infatti, Dio ha creato le disuguaglianze, non terribili e mostruose, ma proporzionate alla natura, al benessere e al progresso di ogni essere, e adeguate all'ordinamento generale dell'universo. E tale è la disuguaglianza cristiana.
Analoghe considerazioni si potrebbero fare a proposito della libertà nell'universo e nella società.
Ma questo modello del destrismo non è la disuguaglianza assoluta, simmetrica e opposta alla uguaglianza assoluta. Ma - bisogna insistere - è la disuguaglianza armonica. Quanto più una dottrina sarà contraria alla triade del 1789 e si avvicinerà a questo modello di disuguaglianze armoniche e proporzionate, tanto più sarà di "destra".
Non sempre l'hanno intesa a questo modo i pensatori o gli uomini di azione che, levandosi nel secolo XIX come nel secolo XX contro la Rivoluzione, sono stati qualificati soltanto per questa ragione come di "destra".
Essi, o quanti li hanno studiati, hanno spesso immaginato che l'etichetta del destrismo potesse giustificare disuguaglianze abissali (politiche e sociali, ma, il più delle volte, economiche). Come se in questo consistesse la punta estrema della coerenza di "destra".
Altri "uomini di destra" hanno fatto, a loro volta, concessioni allo spirito ugualitario, perché erano essi stessi inquinati dai princìpi rivoluzionari che combattevano. O anche per tattica politica, cioé per la conquista e la conservazione del potere. Ho presente il carattere socialista ufficiale del fascismo e quello non solo ufficiale, ma anche marcatissimo, del nazismo.
Per tutte queste ragioni, il vocabolo "destra" non è giunto, nel linguaggio corrente, ad avere un senso tanto chiaro quanto "sinistra" ed è servito per designare non solamente il vero destrismo di ispirazione cristiana, sacrale, gerarchico e armonico (3), ma anche destrismi modellati in parte da tradizioni cristiane, e in parte da princìpi ideologici (così come da esperienze) peculiari.
Tuttavia mi pare certo che, per quanto importanti siano state le caratteristiche socialiste di certe correnti dette di "destra", il linguaggio comune le qualifica di "destra" solo perché immagina di vedere in esse una affinità (maggiore o minore) con il destrismo cristiano ideale che ho più sopra descritto. Il quale, per una tradizione plurisecolare, fa parte delle conoscenze consapevoli o inconsapevoli di tutti.
In sintesi, sia, a "destra" che a "sinistra", all'orizzonte vi è un segno definito, a partire dal quale segue, en degradé, la gamma delle sfumature intermedie.
Ho parlato di "sacrale". So che il termine è entrato inopinatamente nell'articolo. E che il limite di esso non mi permette di mostrare qual è, a mio modo di vedere, la funzione centrale della religione nell'autentica concezione i "destra", che ho appena enunciato. E che, ovviamente, è la mia concezione e quella della TFP.
Dico solamente, quasi a titolo di post scriptum, che il destrismo laico o ateo è un assurdo, perché l'universo e l'uomo sono impensabili senza Dio. Il che non comporta che io (e a questo punto allungo un poco il post scriptum), che mi vanto di essere sostenitore, in tesi, della unione della Chiesa e dello Stato, la desideri attualmente in concreto. Anche su questo punto raccomando la lettura del mio saggio citato a chi desideri conoscere il pensiero della maggiore organizzazione civica anticomunista del Brasile contemporaneo.
Plinio Corrêa de Oliveira
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Croce e il pensiero religioso
di Augusto Del Noce
[Testo dell'intervento alla commemorazione crociana promossa dall'Unione Italiana per il Progresso della Cultura, Roma, Campidoglio, 29 aprile 1966, pubblicato in Il Veltro, 1966, IV, pp. 3-10.].
Se mi si chiedesse di riassumere in una formula complessiva l'assunto dell'intera opera di Croce, proporrei : "vivere senza religione trascendente, ma immettendo il senso del divino nell'azione storica dell'uomo, così che ogni suo atto assuma un significato religioso e non ci sia una parte profana della sua vita distinta dalla parte religiosa". Ma su quale delle due parti di questa proposizione deve cadere l'accento? L'attenzione è stata normalmente portata sulla prima, così dai fautori di Croce come dai suoi avversari, così dagli studiosi razionalisti come dai cattolici. Si è perciò detto, assolutizzando sue proposizioni, che egli fu l'avversario più intransigente delle sopravvivenze della filosofia teologizzante, ovunque le trovasse, così nei filosofi che possono esser detti suoi "auttori", Marx, Hegel e Vico, come nel filosoficamente suo fratello-nemico Gentile. Perciò egli fu spesso considerato - soprattutto a partire dalla Storia d'Europa, 1932 - come il maestro di una nuova coscienza illuministica; o addirittura, come, la definizione è del Troeltsch, un nuovo Feuerbach. Molte volte si parlò, in termini di avversione prima, poi di consenso, del suo positivismo storico, come programma di un positivismo rigoroso che renda conto anche della storia.
Vorrei ora proporre in forma sommaria tre idee.
La prima, che l'accento dev'essere portato soprattutto sulla seconda parte della formula dianzi avanzata: cioè che non ci si può render conto dell'opera di Croce, se non si vede in lui un pensatore essenzialmente religioso, all'interno di un presupposto mai messo in discussione, quello per cui l'età della trascendenza religiosa sarebbe ormai conclusa.
La seconda, che se non viene accettata questa interpretazione, ci si trova costretti a escludere Croce, come pensatore eclettico, dalla storia della filosofia vera e propria.
La terza, che esiste nel suo pensiero una contraddizione dinamica tale da dover condurre a fare oggetto di problema l'immanentismo accolto come presupposto.
L'interpretazione della filosofia crociana come intesa alla restaurazione del divino in un mondo in cui lo sviluppo dell'esigenza critica avrebbe tatto scomparire il Dio trascendente si impone se si porta l'attenzione sugli scritti ultimi; intendendo il periodo ultimo in senso ampio, dall'inizio della seconda guerra mondiale alla morte. Estremamente significativo mi sembra questo passo del suo libro del 1941 Il carattere della filosofia moderna: "Lo storicismo assoluto non nega il divino, perché non nega il pensare filosofico, ma nega unicamente la trascendenza del divino e la metafisica che gli corrisponde; diversamente, dal positivismo, empirismo, e prammatismo che, per liberarsi dalla trascendenza della metafisica, sopprime il filosofare stesso... Quale non dico, identità, ma affinità, può essere, dunque, tra i due? Se mai, lo storicismo si sente più affine alle religioni e alla vecchia e adesso combattuta e sorpassata metafisica, la quale, a modo suo, accoglieva e pensava il divino, che non all'arido positivismo, empirismo prammatismo". E’ un passo che merita di venir analizzato riga per riga; come quello, a mio credere, che meglio permette di fornire i criteri interpretativi dell'intero suo pensiero. Se il pensiero filosofico è sempre pensiero del divino, la così ripetuta frase crociana secondo cui ogni proposizione filosofica è sempre soluzione di un problema storico particolare, deve venire interpretata in un senso diverso dall'abituale. La storicità di un pensiero che, come pensiero del divino, è sempre lotta contro falsi dei, per una sua raffigurazione sempre meno inadeguata; sta nel suo essere promossa da un'occasione storica; il divino non può cioè essere colto direttamente; ma si manifesta in diversi aspetti, a seconda delle varie forme di irreligiosità che l'uomo come servo di Dio si trova storicamente a combattere. "Così la mente percorre ogni parte della realtà come suo dominio, e tuttavia non può attingere l'Uno se non come questo percorso stesso, nel quale va sempre abbracciata con l'Uno. Quel che è impossibile attingere è l'unità sciolta da questo abbraccio...". Questa espressione, in un testo del 1947, non è certamente fortuita. Sembra significare che la differenza tra il filosofo della storia e lo storicista - intendendo lo storicismo in quel senso che specifica la posizione del Croce e la differenzia da ogni altra - stia in questo, che il primo pretende di cogliere il "senso della storia"; e con ciò di "fissare" Dio, mentre il secondo ha un senso di umiltà verso il divino, che gli vieta questa pretesa. Si aprirebbe con ciò la via per una caratterizzazione singolare della filosofia di Croce, come del tentativo della trascrizione della teologia negativa nella filosofia dell'immanenza del divino, lo stesso passaggio dalla trascendenza all'immanenza essendo richiesta dalla negatività della teologia: sotto questo angolo dovendo venir interpretato così il tratto specifico del suo storicismo, come la tesi della non definitività della filosofia per ciò che essa radicalmente diverge dal sociologismo, cioè dalla totale riducibilità delle filosofie al contesto storico a cui appartengono. A partire di qui dovrebbero pure essere intese le sue critiche agli altri filosofi del divino immanente, a Hegel e a Gentile come a coloro che tale immanenza non hanno saputo realizzare, così che si è data nei loro seguaci la separazione tra una destra (platonica, negli hegeliani, agostiniana nei continuatori spiritualisti di Gentile) e una sinistra (atea negli hegeliani, empiristica o positivistica nei gentiliani). Sotto questo rapporto la sua posizione storica potrebbe essere definita come quella del "vicinano dopo Hegel", cioè dopo l'accettazione dell'immanentismo hegeliano: realizzare la filosofia del divino immanente importa si esca dall'hegelismo, pur conservandone, la verità; e perciò egli rifiuta l'appellativo di neohegeliano.
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Alle origini del concetto di ideologia
di Augusto Del Noce
pubblicato in Ideologia e Filosofia, Morcelliana, Brescia, 1967, pp. 75-86
Quando mi accinsi ad una ricerca sulle origini e sul significato del termine di ideologia alla fine del 700, credetti dapprima ci fosse ben poco da dire per riferimento a quello che esso ha al presente.
La sententia communis è infatti questa: il termine ideologia è stato introdotto dal minore filosofo Destutt de Tracy, ma in lui ha riguardo al problema psico-gnoseologico dell'origine delle idee; un problema che sembra apparentemente molto lontano da quelli sociali e politici. Questo termine era poi pervenuto a Marx, e allora aveva preso il senso che dura tuttora. Con differenze, però: perché, per Marx, ideologia ha il significato di filosofia astratta, di filosofia delle pure idee, di filosofia speculativa che s'inserisce nella realtà storica come giustificazione di un ordine storico dato; distinta perciò dalla vera filosofia che è, sì, filosofia pratica, ma realizza l'universalità umana. Mentre per il sociologismo contemporaneo ideologia ha il significato di espressione storico-sociale di un gruppo, come soprastruttura spirituale di forze che non hanno niente di spirituale, come interessi di classe, motivazioni collettive incoscienti, condizioni concrete dell'esistenza sociale. Per cui il progresso delle scienze umane porterebbe alla scienza sociale, che finalmente, come piena estensione della ragione scientifica al mondo umano, compirebbe la sostituzione completa del discorso scientifico al discorso filosofico, chiarendo l'origine mondana, sociale e storica del pensiero metafisico. Il che nella dichiarazione, almeno, di alcuni rappresentanti di questa attitudine mentale non comporterebbe l'affermazione dell'impossibilità di esseri sopraumani: soltanto la parola di Dio dovrebbe essere demitizzata, il che significherebbe la fine completa di ogni forma di teologia scolastica.
Ognuno vede la connessione tra sociologismo, pensiero religioso demitizzato, e psicanalisi intesa nel senso di scienza di liberazione dalle maschere. Bene inteso, con questo non intendo dir nulla contro la sociologia: al contrario, il mio giudizio è esattamente quello della maestra incomparabile della mia generazione, Simone Weil: "i tentativi contemporanei per fondare la scienza sociale concluderebbero... al prezzo di un po' più di precisione. Occorrerebbe mettere alla base la nozione platonica del grande animale e descriverne minuziosamente, ]a anatomia, la fisiologia, i riflessi, naturali e condizionati...". Del resto l'impressione che si prova nella lettura dei sociologi grandissimi, ad esempio Pareto, è proprio quella di chi, anche involontariamente; sia platonico, nel senso che abbia descritto il grande animale. L'importante è che l'individuo umano non venga poi egli stesso inteso come un'astrazione che ha realtà soltanto nel grande animale: tale invece è la posizione del sociologismo che sta alla sociologia come lo scientismo sta alla scienza.
Curiosamente, negli ultimi dieci anni l'avversario del pensiero religioso è cambiato. In certo senso è sempre il pensiero rivoluzionario, come fondato sull'idea di una "seconda nascita" che si sostituisce alla "seconda nascita" evangelica, e come può sostituirsi, se non sostituendo alla pienezza del teismo quella dell'ateismo?
Ma col marxismo si era nell'idea di una religione secolare, della trascrizione laica di un modulo messianico (una frase corrente parla di Marx, come dell’ultimo "profeta ebreo"). Col sociologismo, invece, la rivoluzione è più profonda, proprio perché si tratta di una rivoluzione "silenziosa".
Un bellissimo passo di Henri Gouhier, scritto quando questi tempi nuovi ancora non si prevedevano, esprime nella maniera più perfetta la singolarità e la maggiore radicalità atea del sociologismo:
"Fondando la filosofia positiva, il padre della sociologia merita la missione che i rivoluzionari si erano accaparrati. Il culto della Ragione supponeva Dio e l'anima esclusi, dall'universo; non era che un'anticipazione, sino a che la nostra ignoranza dell'ordine umano avrebbe permesso all'anima e a Dio di rifugiarvisi. Creare la sociologia, è appunto scoprire un uomo senza tracce di Dio; constatare che la filosofia è positiva è avere il diritto di non fare più i conti con le idee teologiche o metafisiche. Una prima differenza capitale oppone l'opera di Comte ai tentativi già ispirati dalla stessa ambizione: prima di inaugurare un culto e di ordinare dei preti, occorre sapere quel che si deve insegnare: la teoria viene prima della pratica, la filosofia prima della morale; la verità prima dell'istituzione. Da ciò l'inevitabile lunghezza dell'impresa e altresì la sua serenità: il successo è garantito, ogni tentativo di resurrezione è impossibile e ogni sforzo contrario perfettamente vano. I rivoluzionari erano degli accaniti demolitori; Comte non pensa neppure a stabilire che Dio non esiste. Non si dimostra l'esistenza o la non esistenza di un essere: si constata la sua presenza o la sua assenza: come Minerva e Apollo, Dio è partito senza lasciare questioni" (Henri gouhier, La jeunesse d'Auguste Comte et la formation du positivisme, 1, Sous le signe de la liberté, Paris, Vrin, 1933, p. 23; sottolineatura mia).
Con l'aggiunta, in nota, di questa preziosa citazione del Discours sur l'esprit positif:
"Nessuno, senza dubbio, ha mai dimostrato logicamente la non esistenza di Apollo, di Minerva ecc..,, né quella delle fate orientali o delle diverse creazioni poetiche; ma questo non ha in nessun modo impedito allo spirito umano di abbandonare irrevocabilmente i dogmi antichi, quando essi hanno infine cessato di convenire all'insieme della sua situazione".
Forse quello che poteva essere meno previsto, or sono vent'anni, è la curiosa nuova attualità di Comte; che s'inquadra in un pensiero, qualche volta sfiorato, ma certo mai adeguatamente, e tanto meno, esaurito quello della ripetizione nel nostro secolo delle figure di pensiero dell'ottocento. Tuttavia è anche vero che su questa attualità di Comte bisogna portare alcune precisazioni. La prima riguarda una curiosa osservazione della sorella del filosofo. Alice Comte: "Il culto della Umanità compromette l'avvenire del positivismo politico. Le masse sono credenti: attaccare la loro fede è perdere tutto, mentre che il tuo sistema appoggiato sul cattolicesimo avrebbe un più gran numero di partigiani. Presentimento d'un cattolicesimo positivista o di un positivismo cattolico! L'umile damigella non prevedeva né Brunetière né Ch. Maurras. Però dava, già nel 1849, una formula che l'avvenire avrebbe ritrovato" (Op. cit., pp. 49-50).
Diciamo: il positivismo comtiano non poteva, nella sua forma, raggiungere la coscienza popolare; perché la raggiungesse occorreva la mediazione di qualcosa d'altro, di un pensiero nelle apparenze estremamente lontano dal comtismo, e questo era appunto, in quella sua straordinaria capacità di attingere le masse, il marxismo. Di più il pensiero di Comte doveva spogliarsi degli aspetti per cui si presentava, come una religione nuova: e a questo punto noi dobbiamo incontrare il problema dell'attualità presente della forma mentale degli ideologi. La ricerca a cui accennavo è appena iniziata e mi limiterò a darne, per così dire, lo scheletro. Dirò perciò brevemente di sette temi storici di cui essa dovrebbe trattare.
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L'INDISSOLUBILITA' NELLA LEGGE NATURALE
d Giovanni Cantoni
Il rifiuto della responsabilità apre la via al totalitarismo
La conformazione fisiologica del genere umano, la sua suddivisione sessuale, la dicotomia in maschi e femmine indica chiaramente, senza ombra di dubbio, la modalità del perpetuarsi del genere stesso. Tale modalità è l'accoppiamento tra individui di sesso diverso, che, secondo tempi invariati, produce un nuovo individuo, un "piccolo d'uomo". E il piccolo d'uomo, rispetto ai piccoli di animali, ha un carattere particolare, dal momento che, come ha notato Plinio il Vecchio, è capace di fare una sola cosa: piangere (1). Da questa considerazione sperimentale, da questa osservazione acutissima si può e si deve partire per impostare in modo corretto il problema del divorzio, piccolo o grande che sia.
Il neonato, uomo e futuro cittadino, è frutto di un accoppiamento che - di suo - potrebbe anche essere more pecudum, cioè animalesco, occasionale e dettato da motivazioni meno che nobili. Ma il frutto dell'accoppiamento qualifica immediatamente l'accoppiamento stesso, ne mette gli attori di fronte alle loro responsabilità, che possono anche non sentire, ma che sono intrinseche all'atto stesso.
Tale frutto, infatti, vive una vita autonoma e al tempo stesso dipendente. Non è uomo perchè qualcuno di lui si cura, ma può vivere solamente se qualcuno se ne cura. Diversamente piange per l'abbandono in cui è lasciato e quindi muore. Alla colpa dell'accoppiamento non nobile si aggiunge quella dell'omicidio, nel caso concreto dell'infanticidio. Si è compiuto un gesto e se ne rifiuta la conseguenza, ma questa conseguenza è un uomo, un proprio simile.
In ogni piccolo d'animale è presente, nell'istinto, il progetto completo della sua esistenza, il piano definito della sua vita; e con il progetto, con il piano, sono presenti, attualmente, anche se talora con modalità solo incipienti, le forze, le energie necessarie per realizzarlo.
Anche nel piccolo d'uomo è presente tutto l'uomo, ma la sua possibilità di realizzarsi - cioè di diventare, sviluppandosi, quello che è - è condizionata dall'accoglienza che gli riserva chi lo ha chiamato in vita. Gli mancano infatti, attualmente, le forze necessarie per svolgersi, per svilupparsi, sia fisicamente che spiritualmente. La sua vita materiale e la sua vita spirituale dipendono da altri.
E' stato chiamato alla vita, ma è subito sull'orlo della morte, e dalla sponda dell'abisso a sua volta chiama, piangendo, ed esige, per salvarsi, una risposta. Il suo richiamo ha una eco, fa nascere - nel caso prima non fosse, o almeno non fosse cosciente o sentita - una vocazione. Il gesto dell'accoppiamento non è stato un gesto qualsiasi, una parola oziosa, caduta nel vuoto e presto esaurita, ma si è concretizzato in un essere vivente. Questo essere vivente può continuare a vivere o può morire. Non riconosce il proprio cibo e la propria medicina; non sa costruirsi né l'abito né la casa, né la sua "piccola dimora" né il suo "abito grande". E' turgido di essere e di vita, ma non sa comunicarli se non nella forma negativa della richiesta di aiuto, della denuncia del bisogno.
Chi deve rispondere al gesto fatto uomo, prima ancora che del gesto fatto uomo? Chi, se non coloro che tale gesto hanno compiuto? Senza di loro la natura non avrebbe fatto la sua operazione, senza di loro un uomo non sarebbe nato. E quest'uomo è nato nella necessità, denuncia il bisogno.